Algoritmi di libertà

Un anno di Digidig !

E’ il tema che sembra paralizzare ogni baldanza narrativa.

Non mi viene facile descriverla né commentarla.

E’ la storia di un’idea che sembra troppo bella per essere realizzata. O la fotografia di una comunity troppo densa per funzionare?

Facciamo una lobby dell’algoritmo, fu la mia prima proposta a Toni, come ha raccontato per descrivere l’inizio di questa esperienza.

Una lobby  ovviamente per un algoritmo trasparente, negoziabile, bene comune.

Questa era la suggestione che poi ho cercato di fissare in un mio contributo che credo sia ancora sul sito dal titolo Algoritmo come spazio pubblico.

L’obbiettivo immediato era di  verificare che senso comune c’era in giro sul tema.

Per questo cercammo subito di allargare il giro, coinvolgendo uno spaccato random della rete: utenti e operatori, professionisti e osservatori.In particolare cercammo di parlare ad una figura di mezzo che lavorava sulla rete senza essere della rete. Uno sguardo professionale ma non nativo.

Meglio ancora, io, non so se lo ho mai dichiarato esplicitamente, puntavo a misurare gli interessi che potessero essere coinvolti in un progetto di autonomia rispetto ai grandi monopoli del software. In sostanza volevo capire se esistevano basi materiali per dare corpo e forza ad una proposta che frenasse il potere incontrollabile degli over the top.

In un anno molto è cambiato da questo punto di vista: fioccano multe miliardare a livello europee, si discute in parlamento di progetti di legge che mirano ad aprire i codici proprietari, perfino il TAR del Lazio ha provocato qualche brivido con una sentenza che impone alla pubblica amministrazione di rendere accessibili i codici sorgenti dei dispositivi digitali che adotta.

Sul versante globale Facebook e Google sono nell’occhio del ciclone. Il New York Times, e non la Gazzetta di Shangai, attacca il loro dominio sui dati e soprattutto l’imposizione di codici semantici esclusivi. Il cancelliere tedesco Merkel ammonisce l’opinione pubblica a rendere trasparenti gli algoritmi per salvaguardare la democrazia.

Da qualche mese, diciamo dalle elezioni presidenziali americane, si è scatenata l’offensiva contro le fake news, e più in generale il tema della sicurezza comincia a distinguersi dal tema della potenza di clacolo: efficienza non è più sinonimo di garanzie.

Potremmo dire che abbiamo vinto, a nostra insaputa.

In realtà siamo ancora lontani dall’idea degli algoritmi come spazio pubblico, ma siamo più vicini alla constatazione che la rete, come ogni innovazione dell’umanità, deve essere un luogo di conflitti prima che di diritti.

La scomparsa di Stefano Rodotà, il padre della migliore elaborazione culturale sulla società digitale affiorata nel nostro paese, ci permette di affrontare  il nodo che abbiamo dinanzi a noi:

la rete ha tradito le speranze, come lamentano alcune anime candide che pensavano che Internet fosse la lampada di Aladino, e che automaticamente risolvesse ogni problema dell’umanità, o invece la rete ha solo automatizzato i nostri pensieri, rendendo evidente che ogni capacità tecnologiche senza essere adeguatamente negoziata e controllata socialmente genera un potere unilaterale e privatistico?

In questa logica il dualismo diritti/conflitti diventa concreto: come governare globalmente questo processo di riprogrammazione della stessa persona umana?  Quella che inizialmente chiamavamo lobby in realtà era un soggetto negoziale che sulla base di  interessi concreti, di  materiali ragioni di scambio possano trasformare il cerchio in cui ci chiudono i monopoli dell’algoritmo in quelle che fin dal 1959 Adriano Olivetti chiamò Tecnologie di libertà.

Questa è almeno la mia ambizione. Per questo considero comunque utile e preziosa l’esperienza di questo anno, con le sue discussione, i suoi dissensi, le sue asprezze.

Proprio la forma e il contenuto di queste contrapposizione mi hanno convinto che  siamo nel pieno di un vero gorgo conflittuale, dove interessi e culture diverse si trovano a ballare, inevitabilmente, urtandosi in pista, diciamo.

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