A seguito del bell’articolo di Michele Mezza su disobbedienza e algoritmo, propongo ai lettori di Digidig alcune considerazioni.

Sono riflessioni molto generali, ma d’altra parte gli inizi sono sempre teorici. Si parva licet componere magnis, è la rivoluzione d’ottobre, di cui quest’anno ricorre il centenario, che viene dal “Capitale” di Carlo Marx e non il contrario. Grandezze e sciocchezze fatte dai bolscevichi, in quel libro traggono la loro origine, da una delle più importanti teorie sul cambiamento delle società umane che sia apparso nella storia dopo i testi delle grandi religioni monoteiste. Parto quindi dalla più astratta delle affermazioni di Michele, che è poi una citazione di Umberto Galimberti da Psiche e Techne: Superato un certo livello la tecnica cessa di essere uno strumento nelle mani dell’uomo, per divenire un apparato che include l’uomo come suo funzionario. Con Galimberti siamo stati insieme nella folgorante Università Cattolica degli anni sessanta, lì ho imparato, dai grandi maestri della logica scolastica, la reductio ad absurdum, una delle grandi vie della dimostrazione. Voglio trarre dunque dalle sue parole le estreme conseguenze. Se l’algoritmo non è attività computazionale ma proiezione logica, disegno progettuale, cerchiamo di intravedere, dalle parole di Galimberti, le possibili conseguenze: esattamente di chi l’uomo è funzionario? La parola apparato esclude Dio a meno che non si pensi ad una deriva iper-tecnologica della sua chiesa. D’altra parte fosse Dio il mandante dell’apparato di cui l’uomo sarebbe strumento torneremmo all’idea, che per altro era di Vico, della provvidenza divina. Dunque va da se che l’uomo è strumento di altri uomini. E qui riappare la pallida memoria di Marx e degli schiavi del capitale, così ben rappresentata da Chaplin in tempi moderni. Dunque l’apparato: apparatciki come si diceva in russo per indicare in modo colloquiale i funzionari a tempo pieno del partito che fu per ottanta anni il vero padrone della grande Russia. Ma ammettiamo per inerzia che l’apparato sia ancora quello del capitale e che dunque noi siamo strumenti dei nuovi padroni, del loro denaro e soprattutto della loro intelligenza, poiché la loro intelligenza è il nuovo pilone di sostegno della loro ricchezza. I nuovi padroni che non sono più ingegneri ma sono in gran parte informatici e questo non è un dettaglio. La loro intelligenza è la chiave del loro patrimonio, ma la loro intelligenza non può essere infinita, benché sia la fonte del loro denaro e del loro potere, poiché questo ci rimanderebbe all’ipotesi precedente di un’intelligenza divina, si apre dunque il tema, niente affatto scontato: di quante intelligenze sotto di loro è fatta la loro intelligenza? La risposta è molte, loro sono stati i migliori collettori di altre intelligenze o dello spirito del loro tempo, il rapporto tra Jobs e Wozniak, è in questo senso paradigmatico. E dunque appare la domanda ulteriore: se queste intelligenze sono libere, nella libera competizione, quanto ci vorrà perché un’intelligenza nuova superi la prima. Fino ad ora il capitalismo dell’algoritmo si è sviluppato poco per partenogenesi, come i vecchi distretti italiani, dove tutto si fondava su di un garbata forma di tradimento, attività in cui noi italiani siamo maestri. Gli operai di talento si mettevano le macchine in casa e facevano la nuova fabbrichetta, simile ma diversa da quella originaria. Piuttosto, ma occorrerebbe fare un’analisi più accurata, il modello americano è stato un modello d’impollinazione tra grandi istituzioni fondamentalmente pragmatiche (Harvard, Stanford, Ann Arbor) e giovani di talento che hanno rapidamente scalato l’empireo del capitale, le storie di Zukerberg, Page e Brin sono troppo note per essere raccontate. I giovani imprenditori appaiono come meteore nei grandi vivai delle università americane e in pochi anni scalano le vette del successo. Dunque noi saremmo loro schiavi? Ma non vedete chi sono e quel che sono? E poiché la loro arena competitiva è l’intelligenza non vedete quanto fragile sia la loro posizione e quale tasso di sostituzione c’è e ci sarà nel loro mestiere? Poiché il loro potere è fondato sull’intelligenza o s’immagina un cupo mondo orwelliano, e questo temo abbia in mente Galimberti, o si deve immaginare che le intelligenze rapidamente si rinnovino e sostituiscano quelle del passato, è infatti la mortalità e la rinascita delle aziende in campo digitale è altissima e ad altissima velocità. Voglio ricordarvi che i primi vagiti di Facebook sono del 2004, un impero immenso costruito in dieci anni. Voglio anche dirvi che un mondo orwelliano è, ipso facto, la morte dell’intelligenza. L’intelligenza creativa, per sua natura, ha bisogno di aria, libertà e diversità. Dunque dobbiamo abituarci a un mondo ad alta sostituzione di valore dove l’intelligenza sarà come il plancton nel mare, ogni altra soluzione porterebbe alla distruzione del nostro sistema e dei valori di libertà e apertura che esso rappresenta, porterebbe al declino dell’Occidente. Dunque le attuali configurazioni oligopoliste mi sembrano più un residuo del passato che una testimonianza dell’avvenire e se guardate bene ogni grande monopolio, cerca per la sua stessa sopravvivenza, di sviluppare sistemi di partenogenesi interna (Google, Facebook) o di acquisizione di start up per mantenere una primazia sulle attività creative e di ricerca. Ma non c’è niente da fare se ci fosse un’idea veramente buona e veramente grande questa spezzerebbe gli argini del controllo sociale rappresentato dalle vecchie società per librarsi in un nuovo progetto economico, solo Apple grazie al genio di Jobs, è riuscita a reggere una radicale trasformazione del proprio business. C’è, a questo punto, dato che discutiamo dei massimi sistemi, un’altra domanda che voglio fare, perché l’ho sentita fare da Piero Bassetti, a una giovane e stupefatta ricercatrice italiana della Singularity University in un ristorante cajun di San Francisco. Chi ci tutela dal fatto che la ricerca tecnica, libera e pura, non produca un ritorno alla razza e agli estremi della bestialità come fu per il nazismo? Quale rete di protezione avrà questa intelligenza collettiva e diffusa per evitare la scelta della folla del tempio che sceglie Barabba? A parte che forse Barabba era forse la vera scelta intelligente perché era l’unica provvidenza che avrebbe permesso la resurrezione. Ma questo vale solo per i cattolici, che hanno sempre una spiegazione in tasca, per noi laici resta una scelta paradossale e sorprendente. Quanto lungo deve essere il nostro sguardo per smettere di vedere in tutti questi avvenimenti scomposti dell’antagonismo e vedere, come già ci suggeriva Eraclito (Polemos di tutte le cose è padre), prima ancora del grande vecchio, Theilard de Chardin, nient’altro che una convergenza. Come sarebbe l’Occidente se ci preoccupassimo solo di tenere la folla e l’intelligenza (la nuova moltitudine) lontane dal baratro? Questo per dire che, forse, occorre pensare molto più alle istituzioni e alle relazioni che non alle invenzioni, occorre pensare al metodo: accompagnare senza ostacolare, guidare e non comandare, ma non nella totale incoscienza come adesso (non ostacoliamo il nuovo perché non ne siamo capaci) ma nella piena coscienza di assistere ad un parto, ad un momento doloroso ma generativo per la specie umana. Come ostetrici e non come disgraziati passanti, messi di fronte ad un evento di cui non sanno capacitarsi. Se in tutto questo agitarsi, educato o scomposto, vedessimo il senso di una nuova economia, circolare ed ascendente, una nuova forma, appunto, di intelligenza generale, una nuova moltitudine attiva, nel senso che è l’insieme delle spinte che costituisce il fenomeno umano. E ci volgessimo a guidare questo marasma senza pensare di ostacolarlo e di dividerlo in classi ma solo proteggendolo con adeguate istituzioni leggere ed educandolo sulla base di quel che è stato il meglio del passato? Tanto umanesimo, tanta cristianità cattolica, tanto rinascimento europeo, tanta filosofia greca. Il motto con cui si andò a San Francisco, nella tana del leone tecnologico, sotto l’egida della Fondazione Bassetti, era “Innovating with beauty”, non ho ancora trovato dopo tanti anni un altro comandamento più appropriato alla fase di transizione che stiamo vivendo. Questo è il contributo autentico che noi europei e, in particolare, noi italiani possiamo dare ai nuovi algoritmi e alle loro strabilianti conseguenze sociali. Che mondo sarebbe il nostro vecchio e stanco Occidente se riuscissimo a fare questo nuovo miracolo?

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