Se fossimo in un nuovo Rinascimento sapremmo di vivere nella più aurea stagione dell’arte europea? Di cosa parlavamo durante il miracolo economico nei primi anni 60? Su cosa ci dividevamo quando arrivavamo sulla Luna? E prima ancora: cosa era al centro degli interessi dei più grandi intellettuali del tempo mentre si formava la prima rivoluzione industriale a fine del 700, e poi la seconda quasi un secolo dopo? Insomma la storia dell’uomo è leggere nel presente i rischi per il futuro, usando gli asset del progresso che procede.

Giovanni ci propone una lettura contemporanea dello stato progressivo del nostro tempo. Lo fa sinteticamente ma con grande lucidità e buon senso: abbiamo rotto le gerarchie rigide del passato, siamo in una fase in cui il sapere è materia prima più instabile, contendibile, e condivisibile di tutte le precedenti materie che hanno sorretto il progresso dell’umanità.

Sono assolutamente d’accordo. Aggiungo che insieme che con Lanzone mi trovo, ultimo di una poderosa fila, assolutamente d’accordo anche con Eraclito: è il polemos che fa l’uomo.

Ora qual è l’oggetto della discussione: dove ci sta portando la digitalizzazione della nostra vita?

Giovanni sceglie la mia citazione di Galimberti che vede un uomo funzionario della tecnica, come punto di partenza. Lo seguo.

Ancora Galimberti , proseguendo nel suo ragionamento, ci dice che la rete non è un mezzo ma un mondo , che sostituisce, non sorregge, tutti gli altri mondi e dove “non si dà altra libertà se non quella di prendervi parte o starsene in disparte. Ma è davvero possibile starsene in disparte in un mondo dove non ha valore la realtà del mondo o l’esperienza che se ne può fare ,ma solo la sua trasmissibilità,la sua buona riuscita nella versione telecomunicata?”

Quanto ci è venuto addosso in questi mesi, dalle fake news a Trump, ai giochi di illusionismo di forme di intelligenza artificiale, certo non smentisce questa visione. Io vi aggiungo appunto Eraclito: polemos.Ma non volendomi nascondere dietro al grande filosofo greco della prima dialettica, e autorizzato dal richiamo che fa proprio Giovanni, ricorro anch’io a nonno Marx che scrive :”la produzione capitalistica genera con l’inelluttabilità di un processo naturale, la propria negazione.E la negazione de la negazione.Essa non ristabilisce la proprietà privata, essa stabilisce la proprietà individuale sul presupposto del compimento del capitalismo, vale a dire la cooperazione e il possesso comune della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso”.

A questo punto la domanda di Giovanni: di chi è l’intelletto di cui l’uomo diventa funzionario? Di un altro uomo.

Ma non basta: di pochi altri uomini.

Al momento, con il realismo a cui venivo costantemente richiamato nei miei anni estremi, devo constatare che la concreta realtà mi presenta questa scena: una straordinaria risorsa di liberazione di tutta l’umanità, quale è il sapere condiviso, viene confiscata e pilotata da pochi uomini in grado di proporre allettanti forme di servizi e di supporti ad ogni individuo. Arrivando al nodo del problema, come abbiamo scritto nel manifesto fondativo di DigiDig.it:

”in questa fase in cui dalla prima generazione delle soluzioni di software si passa a forme evolute di intelligenza artificiale che ci affiancano, e ci guidano, nelle perlustrazioni quotidiane della nostra vita sociale, nelle professioni, nella ricerca. Dalle app si passa ai bots, nei computer e negli smartphone, con una pressione sempre più forte di sistemi semantici che leggono e parlano alla nostra volontà.

Quanto questa trasformazione dipende dalla proprietà degli algoritmi? Quanto influisce sugli equilibri sociali ed economici? Quanto il destino di imprese e professionisti deriva dalla autonomia da o subordinazione a questi sistemi intelligenti proprietari e monopolistici?

Questi mi sembrano i quesiti da riconoscere come popolo di leali sudditi dell’innovazione, liberi da ogni nostalgia di un passato di greve e ottusa subalternità, in procinto di vivere una stagione di straordinaria emancipazione e creatività, ma….

Ma proprio per tutto questo vogliamo “ polemizzare”, in senso eraclitiano ovviamente, cio è condividere e contendere la titolarietà dei processi di orientamento e suggestione che le nuove risorse di intelligenza artificiale stanno proponendo ad ognuno di noi. E lo vogliamo fare proprio perché quell’allegra nidiata di talenti, da Larry Page e Serghjei Brin a Mark Zuckerberg, a Jeff Bezos e compagnia bella, ci ha convinto: il valore della circolarità dei beni cognitivi prevale su lo statuto proprietario degli stessi beni .Per cui Google e Facebook possono acquisire e smerciare ogni tipo di contenuto, prescindendone dai produttori iniziali, e così mi pare si possa, in ossequi e adesione a questi valori pionieristicamente da loro stessi affermati, sollecitare,. In base ad un elementare principio di reciprocità, di poter condividere caratteristiche e meccanismi di quei motori sociali che sono gli algoritmi predittivi e prescrittivi. O no?

Solo questo è quanto, personalmente, credo utile far emergere :una richiesta di simmetria, reciprocità, nella pratica delle nuove forme di sviluppo sociale ed economico basato sull’automatizzazione di funzioni discrezionali. Ovviamente la sollecitazione Di elaborare soluzioni e adeguamenti per il sistema istituzionale e politico rispetto a questo scenario è prioritaria .Quanto stiamo vedendo sulla scena internazionale, dagli Stati Uniti di Trump alla stessa Italia di Grillo, ci impone naturalmente di declinare forme assolutamente nuove nei processi di identificazione e manifestazioni del consenso al tempo in cui la rete è oggi la principale fabbrica di emozioni e di senso comune.

Pensare, come proprio in questi giorni sembra plausibile, ad un impegno politico di Zuckerberg, basato sul controllo assoluto delle relazioni e dei profili sociali degli elettori americani tramite il suo social, ci da la misura di cosa significhi oggi per le istituzioni confrontarsi con questo mondo di nuove potenze. Ma pensiamo a quanto sta accadendo nel campo genetico e delle bio tecnologie, dove il decentramento di pratiche di riprogrammazione della vita sta aprendo nuovi orizzonti alle teorie più eccentriche e allarmanti, insieme a straordinarie opportunità di esistenza.

In sintesi noi crediamo che, rispetto alle forme precedenti di organizzazione sociale, la vita reticolare ci offre la più avanzata e vitale delle opportunità per costruire un mondo migliore. E, parimenti, riteniamo che sia coerente e funzionale a questa cultura la condivisione, virale, di ogni potenza di calcolo che possa rafforzare e supportare l’attività discrezionale dell’uomo, dando al processo di automatizzazione un carattere di sussidiarietà attiva e non di subalternità passiva per ogni individuo.

Confermando così la visione di uno dei primi straordinari fabbricatori dell’idea di bellezza e di sviluppo quale fu Adriano Olivetti che in un suo storico discorso nel lontanissimo 1959, spiegava che “l’elettronica non solo ha reso possibile l’impiego dell’energia atomica e l’inizio dell’era spaziale,ma attraverso la moltiplicazione di sempre più complessi ed esatti apparati di automazione sta avviando l’uomo verso una nuova condizione di libertà e di conquiste”.

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