Sono d’accordo che i nuovi giganti che governano la rete sono molto diversi dal vecchio capitalismo multi-nazionale di cui avevamo imparato a conoscere le logiche e la spregiudicatezza. Sono anche d’accordo che nello scoprire l’immenso potere che hanno c’è nei padroni delle over-the top di maggior successo una sorta di smarrimento. E fa bene Giovanni Lanzone a ricordarci che non solo noi dobbiamo cercare di capirli, ma loro stessi sono impegnati in ciò.

Per prima cosa, c’è che non solo i nuovi giganti della rete non hanno alcun legame di dipendenza dalle grandi istituzioni finanziarie, per cui rappresentano una minaccia: non hanno bisogno di loro e quindi li marginalizzano.

In secondo luogo, essi sono, dal punto di vista finanziario, delle potenze dotate di un’autonomia che non si era mai vista prima: Apple, Google, Facebook ecc. sono sedute su un pozzo di soldi che le rende potenzialmente capaci di comprarsi banche e grandi imprese tradizionali senza quasi fare ricorso alla finanza. Le vicende del settore dell’auto mostrano per la prima volta in modo chiaro he cosa può succedere se i giganti della rete si confrontano con i giganti tradizionali della meccanica (qualche mese fa, Marchionne ha rilasciato una lucida intervista al riguardo).

Infine, anche dal punto di vista personale (dati anagrafici, atteggiamento imprenditoriale, cultura di riferimento, ecc.) i capi delle over-the-top sono soggetti del tutto anomali. Già Bill Gates e Steve Jobs non corrispondevano al profilo dell’imprenditore di una multinazionale, ma i fondatori di Google, Twitter, Facebook ecc. sono dei marziani veri e propri. Questo non vuol dire affatto che essi si comporteranno in modo comprensibile, accettabile e ragionevole, ma che non possiamo farci ingannare accomunandoli ai capitalisti che abbiamo visto all’opera nel secolo scorso.

La cosa migliore, perciò, è cercare di ragionare su come cambiano le pratiche attive ed interattive delle persone (a partire dai giovani millennials) con lo sviluppo della rete e della sua pervasività, nell’ipotesi che i nostri super-capitalisti condividano i loro orientamenti e il loro modo di pensare. Io, di tutto il parlare che si fa dell’Intelligenza Artificiale, temo soprattutto la logica autistica che guida la ricerca e lo sviluppo delle sue applicazioni: si fanno applicazioni che mirano a sostituire gli esseri umani in ruoli di diverso tipo, dall’autista allo specialista clinico. Questo non credo che funzionerà al di fuori dei ruoli esecutivi complessi, come l’autista, ma produce effetti indiretti sul senso che i giovani riusciranno a dare alla loro vita.

Alcune note aggiuntive

Il tema che sta a cuore a Michele (che possiamo chiamare: “di chi sono gli algoritmi?”) è davvero importante, e più ampio di quello che lui stesso ci racconta. La sua caratteristica principale, dal mio punto di vista, è che centra con grande efficacia l’intrico di problematiche che la rete pone oggi: dalla trasformazione del rapporti tra le persone e le informazioni, al problema della privacy e dei diritti-(in particolare di quelli inalienabili- delle persone e, infine, al problema degli algoritmi con cui si selezionano le informazioni in rete e al problema del controllo; il problema delle modalità e degli attori negoziali (ma forse bisognerà inventare un’altra parola) coinvolti.

Io propongo di non cercare immediatamente delle soluzioni operative, ma di trattarlo in modo aperto e problematico, mettendo l’enfasi sul capire le trasformazioni in atto e sull’immaginare possibili modi per affrontarle, piuttosto che assumere una posizione in cui l’enfasi va subito sulle linee guida da proporre. E’ su questo che mi differenzio un po’ da Giovanni e Michele: ma è una differenziazione che spero vada nel senso di arricchire il dibattito.

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