Times Square, mercoledì 8 Febbraio, 300 giovani professionisti di ogni genere, razza e mestiere seguono con attenzione oltre due ore di tribunale pubblico con sei avvocati (tre x parte) e interventi a raffica, come sa fare soltanto chi ha frequentato da ragazzo corsi di public speaking.
In apertura, il moderatore chiede per alzata di mano e riscontra subito una maggioranza favorevole ad una risposta negativa (NO, non è possibile risolvere il problema) e in chiusura, a richiesta analoga, la situazione si ribalta (SI, è possibile risolvere il problema).
(http://tinyurl.com/hbmsep2)

Gli avvocati si alternano e ognuno ha due minuti per argomentare questioni poste dal moderatore -Justin Hendrix, exec director (nycmedialab.org)- o, nella parte finale, anche dal pubblico.

Le cose che mi hanno colpito/incuriosito di più :

°se fake news è la diffusione di machine generated news, la cosa si può ‘risolvere’ così come in dieci anni è stata ‘risolta’ la questione dello spam (Dean Pomerleau. Condirettore di http://www.fakenewschallenge.org/ , competizione per lo sviluppo di strumenti per l’ identificazione del fake news);

°la soluzione è un brusco cambiamento del modello di business. Finché resiste l’economia della click generation, e non viene eliminato l’incentivo del clickbait non c’è nulla da fare. Il modello pubblicitario è ‘broken’ e va interamente rivisto (David Carroll, Parsons);

°per principio, gli algoritmi sono di parte e la tecnologia non è democratica (Melissa Ryan, attivista)

°la soluzione vera sta nella ‘media’ e ‘digital’ literacy, come fenomeno educativo trasversale e verticale (John Borthwick, ceo e founder di betaworks)

Sia Jane Elisabeth dell’American Press Institute che Sally Kohn, leggendaria polemista progressista di CNN hanno impresso evocando l’emozione del pubblico la svolta del voto finale.

Che bella serata.

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