Due ore intense di interventi e discussioni ieri sera via streaming -avanti e indietro- fra Washington DC e New York, promossi dalla Internet Society, con interventi di esperti di tecnologie e di rete, giornalisti, operatori della comunicazione digitale e non… e un 120/150 ascoltatori.

Si parte da Erodoto e dalle origini della Storia, ovviamente sempre scritta dai vincitori e quindi, per definizione, e con maggiore minore fondatezza a seconda dei casi, infarcita di Fake.

Qualcuno -tanto per dire che gli hacker russi o il quindicenne macedone non si sono inventati nulla- ricorda la campagna dei ‘four minute men’ promossa da Wilson tramite il CPI (Committee for Public Information) che portò gli USA a entrare nella Prima Guerra Mondiale, cui parteciparono attivamente colleghi come Carl Byor, Edward Bernays, George Creel. Episodio assai rilevante ben raccontato dal nostro bravissimo Ferdinando Fasce con dettagli e accesso a documenti anche inediti in La Democrazia degli Affari (Carocci 2000).

Vengono anche citati altri antecedenti come la propaganda americana nel secondo dopoguerra (con i diari di Harold Burson dal processo di Norimberga), fino alla retorica fomula dell’ ‘esportazione della democrazia’ di Bush sr. in Medio Oriente, alla base di tutti gli orrendi eventi successivi per arrivare  al ‘fake’ video dell’ospedale del Kuwait della Hill & Knowlton di Bob Dilenschneider per giustificare i successivi bombardamenti americani sull’Irak nella prima guerra del Golfo.

Fine alle più recenti e assai più raffinate campagne di psicopropaganda, compresa quella contro l’Isis, in Europa, Medio Oriente e anche sul territorio americano.

Insomma, la sola cosa davvero nuova è rappresentata dall’ingresso in campo degli Algoritmi e delle loro applicazioni, integrate con intelligenza artificiale, che modificano sostanzialmente la struttura narrativa, la distribuzione e la penetrazione inedita, istantanea e globale delle ‘bufale’.

Per molti interventi, il rischio più alto che corriamo è per chi non conosce o appena intuisce il passato, anche recente: la grande maggioranza delle persone, disorientata e travolta dal tsunami retorico delle fake e della connettività permanente, tende omofilicamente ad attribuire la responsabilità primaria di un fenomeno comunque sgradito, al ‘nemico’di turno.

In tal modo si altera, come è successo in soli dodici mesi in UK con la Brexit, in USA con le Presidenziali, in Italia con il Referendum, e come si teme possa succedere prossimamente in Francia e in Germania, il risultato delle elezioni.

Elezioni che, sois disant?, venivano prima considerate frutto della effettiva volontà popolare non condizionata da intromissioni algoritmiche.

La leggenda, più volte richiamata ieri sera, del giovane 15enne macedone che ha fortemente contribuito a far perdere le elezioni alla Clinton, per quanto inquietante, non aiuta molto ad una comprensione del fenomeno.

Non ci sono dubbi che, alla luce anche di questo straordinario e recente documento in discussione in Europa (http://www.corriere.it/tecnologia/cyber-cultura/cards/codice-etico-robot-non-uccidere-non-innamorarsi-non-imitare-l-uomo/umanita-centro.shtml), va interamente rivisitata e riconsiderata la comprensione di che cosa si intenda oggi per ‘interesse pubblico’, per ‘processo decisionale pubblico’ e per contribuzione del singolo o del gruppo a queste due sfere.
In questa direzione ho trovato di grande interesse le cose dette da Andrew Bridges, Partner Fenwick & West, avvocato di grido, normalmente a tutela di piattaforme e gruppi prese di mira dai ‘digital robber barons’(https://www.fenwick.com/Professionals/Pages/andrewbridges.aspx) . Una segnalazione  preziosa per tanti di noi.

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