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I politici hanno compreso rapidamente, e sono intervenuti con due sentenze che hanno portato allo smembramento del monopolio, il valore strategico del petrolio (Standard Oil, 1911) e quello della trasmissione dei dati (AT&T, 1982), ma hanno completamente trascurato il valore strategico del dato – inteso come informazione che può essere elaborata dal software – scatenando una situazione di monopolio degli algoritmi che è molto più difficile da scardinare, perché tentacolare e pervasiva.

Proviamo a ricostruire la storia dalle origini, quel 12 agosto del 1981 in cui Don Estridge – folletto impazzito all’interno dell’impero IBM – ha presentato il PC IBM e ha consegnato a Microsoft e al genio di Bill Gates le chiavi della massa immane di informazioni che da quel giorno in avanti sarebbero transitate dai PC.

Certo, in quel momento era difficile prevedere cosa sarebbe successo nei successivi 35 anni di storia dell’information technology, ma il fatto che nel 1981 sia stato presentato il PC e nel 1982 sia stata smembrata AT&T la dice lunga sulle responsabilità dei politici rispetto alla situazione odierna: il mezzo di trasporto dei dati è diventato una commodity, e lo sarebbe diventato in ogni caso, così come lo è diventato anche nei Paesi in cui il monopolio delle telecomunicazioni non è stato smembrato, mentre la capacità di gestire o elaborare i dati che transitano dai PC è appannaggio di pochi, probabilmente troppo pochi, troppo grandi e troppo forti per poter essere “governati”.

Lasciando a Microsoft la possibilità di controllare il sistema operativo e le applicazioni, i politici hanno spianato la strada a un monopolio dei contenuti – il 90% dei documenti generati dagli utenti è ostaggio di un formato legato a un solo software, Microsoft Office, il cui algoritmo di gestione dei contenuti stessi non solo è proprietario ma cambia con ogni nuova versione del software – da cui uscire è costosissimo soprattutto in termini di educazione degli utenti.

Naturalmente, una volta compreso che i politici ignoravano il problema degli algoritmi – intesi come strumento di gestione della conoscenza – tutti quelli che sono venuti dopo Microsoft hanno sfruttato la situazione a loro favore. In questo modo sono nati gli algoritmi di ricerca, poi quelli di aggregazione dei contenuti e infine quelli di selezione dei contenuti.

Ciascun algoritmo nasce in modo indipendente, su iniziativa di una persona estremamente competente (due nel caso di Google), per un obiettivo commerciale molto preciso: sfruttare la situazione di monopolio che deriva dall’assenza di uno standard non solo per i contenuti – arrivato troppo tardi e ignorato anch’esso dai politici, tanto che Microsoft continua a condizionare i contenuti – ma anche per gli algoritmi che trasformano i contenuti di proprietà degli utenti, qualsiasi essi siano, in moneta sonante.

Microsoft detiene l’algoritmo di creazione dei contenuti (e ha la faccia tosta di affermare che si tratta di un algoritmo standard, perché tanto nessuno controlla le sue affermazioni, anche perché nessuno ha la competenza per controllare), Google detiene l’algoritmo di profilazione degli utenti sulla base delle ricerche (un fatto assodato, su cui però nessuno interviene, anche perché nessuno sa cosa sia un algoritmo di profilazione sulla base delle ricerche), e Facebook detiene l’algoritmo di profilazione degli utenti sulla base dei contenuti condivisi da questi ultimi (e se il rumore di fondo è troppo forte, aggiunge un algoritmo di selezione delle news che trasforma il vecchio gatekeeping in un esercizio per educande).

Ma tutto questo non basta, perché Amazon detiene il monopolio – o quasi – dei dati sul cloud, ed è diventato in modo spesso inconsapevole (perché, ancora una volta, nessuno ha le competenze per controllare), un fornitore in grado di determinare le strategie dei propri clienti. Infatti, se tutti i dati risiedono sui server Amazon, è facile comprendere come il rapporto di forza cliente/fornitore si sia di fatto rovesciato: è il fornitore a decidere, e al cliente non resta che “abbozzare” rispetto alle scelte del fornitore stesso.

Dietro a queste situazioni ci sono interessi commerciali e mercati di dimensioni enormi, con margini di contribuzione tipici dei monopoli. Per esempio, il settore delle suite per ufficio – dove Microsoft Office detiene ancora oggi una quota di mercato superiore al 75% – rappresenta un fatturato di circa 25 miliardi di dollari, con un margine probabilmente superiore al 75%. E i mercati della pubblicità e dei contenuti, legati agli algoritmi di Google e Facebook, probabilmente hanno sia dimensioni sia margini altrettanto importanti.

La proposta, lanciata da Toni Muzi Falconi, di un organismo sovranazionale in grado di negoziare gli algoritmi – che a questo punto dovrebbero necessariamente essere open source – è affascinante, ma si scontra con due problemi (entrambi risolvibili): la mancanza di volontà, da parte dei politici, di intervenire su un problema che non viene ancora visto come strategico; e il diffuso atteggiamento “pilatesco”, che si trova all’interno di ogni organizzazione pubblica, dal piccolo comune fino alla UE, secondo il quale il problema non è di nessuno (in quanto è di tutti).

Sicuramente, la consapevolezza sta crescendo, ma l’evoluzione della situazione avrebbe bisogno di un’accelerazione significativa, perché il problema deve essere risolto prima che gli algoritmi riescano a prendere definitivamente il sopravvento.

The unbearable lightness of the algorithm

Politicians have quickly realized, and have followed up with two judgments that led to the dismemberment of monopolies, the strategic value of oil (Standard Oil, 1911) and that of data transmission (AT&T, 1982). On the other hand, they have completely neglected the strategic value of data – the information that can be processed by software – sparking a monopoly of the algorithms that is much more difficult to disrupt as it is sprawling and pervasive.

Let us try to reconstruct the story from the beginning. On August 12, 1981, Don Estridge – a goblin within the IBM empire – launched the IBM PC, leaving to Bill Gates’ genius and Microsoft the immense mass of information that from that day forward would transit from PCs.

At that time, it was difficult to predict what would happen in the next 35 years of IT history, but the fact that in 1981 the PC was launched and in 1982 AT&T was dismembered says a lot about the accountability of politicians versus the actual situation. Data transport is a commodity, even in countries where the telecommunications monopoly was not dismembered, while the ability to manage or process data that transit from PCs is the prerogative of a few organizations, too big and too strong to be “governed.”

Leaving Microsoft the ability to control operating system and applications, politicians have paved the way for a content monopoly – 90% of user generated documents is hostage to Microsoft Office, whose content management algorithm is not only proprietary but changes with each new version – which is extremely expensive to escape from, especially in terms of user education.

Of course, once understood that politicians were ignoring the algorithm issue – as knowledge management tool – all those who came after Microsoft took advantage of the situation. In this way, search algorithms were born, followed by content aggregation algorithms and finally by content management ones.

Each algorithm was created by an extremely competent individual for a business purpose: leverage the de facto monopoly that results from the lack of standards for contents and for algorithms which transform user-generated and owned content in hard cash. A standard for contents came too too late and is completely ignored by politicians, to the point that Microsoft Office continues to generate non standard documents which lock-in users to the application.

Microsoft owns the content creation algorithm (and has even the nerve to say that it is a standard algorithm because no one controls his statements, as no one has the power to control). Google owns the user profiling algorithm based on searches (a fact completely ignored, because no one knows what a user profiling algorithm based on search is). Facebook owns the user profiling algorithm based on contents shared by users (and if background noise becomes too loud, adds a news selection algorithm that transforms the old gatekeeping in an exercise for boarders).

But this is not enough, because Amazon has the monopoly of data in the cloud, and it has become – often unconsciously (because no one has the skills to control) – a provider capable of driving its customers’ startegies. In fact, if all data resides on Amazon’s servers the customer/supplier strength relationship has reversed: it is the supplier to decide, and the customer has to “cope” with it.

Behind these situations there are commercial interests and markets of enormous size, with typical contribution margins of monopolies. For example, the sector of office suites – where Microsoft Office still holds a market share of over 75% – represents a turnover of about $ 25 billion, with a margin likely to exceed 75%. I estimate that advertising and content markets, related to Google and Facebook algorithms, have very similar characteristics.

Toni Muzi Falconi’s proposal, of a supranational body able to negotiate the algorithms – which at this point should be necessarily open source – is fascinating, but runs into two problems (both solvable): the lack of willingness, on the part of politicians, to take action on a problem that is not seen as a strategic; and the widespread Pilate’s attitude, common to each public organization, from the small town to the EU, according to which the problem is nobody’s (as in the reality is everyone’s problem).

For sure, awareness is growing, but the evolution of the situation would need a significant acceleration, because the problem must be solved before the algorithms take over.

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