It seems to me that today, in our interaction with others via digital, to maintain, nurture, develop and improve the quality of our relationships, we constantly interact with algorithms -artificial intelligence ‘beings’ and integrators of ‘big data’- who nudge us into actions, thoughts and learnings, forging much of what we do and what we know and think.

The implication is that -like it or not- we develop relationships with these outputs of artificial intelligence, and their impact on how we buy, feel, act, think, and relate with others is overwhelmingly ungoverned, if not for other reasons… because we are unaware.

When we consciously realize this, the next question then becomes what and how we can act to understand, trust, be satisfied, committed and create some sort of mutuality with this new category of relationship subject. A subject that, today, is likely to be more impactful on each of us than most, if not all our other relationships…., at least with those active stakeholders (subjects who are aware of and interested in developing their relationship with us).

In short,… over recent years we have embraced, and at least in part overcome, the analytic complexities of relating with other individuals, with organizations and obviously, vice versa.
This has also led us into conceptualizing the relationship between organizations (and their epigenetic traits) as well as with individuals.

Now, there is a fundamentally new category (algorithms) that is ‘constitutionally other’ from the individual or from the organization, and yet is strongly interrelated with both… as well as with itself.

My good friend and mentor James Grunig with whom I recently raised the issue to better understand, put me in contact with prof. Erich Sommerfeld (University of Maryland) and we exchanged some views.

For Erich network research has considered social relationships as existing between two ‘actors’ or ‘nodes’ in a network.
In this specific case, however –he says- it is the technology itself that becomes a node in the network.
Thus, the notion of algorithms and our relationships with them possibly adds another layer of complexity to how relationships form in modern digital society.

And this because, more than a purely technological interface, algorithms define and cater to our needs and interests via digital communication platforms.

He also added a link this extremely interesting 2011 paper http://nosh.northwestern.edu/journals/2011Contractor-1.pdf
Is someone aware of further existing research on this issue?

happy and peaceful holidays

versione italiana

A me pare che oggi, nelle nostre interazioni digitali con gli altri per mantenere, coltivare, sviluppare e migliorare la qualità dei nostri sistemi di relazione, siamo costantemente connessi con gli algoritmi, entità di intelligenza artificiale e integratori di ‘big data’, che ci inducono ad azioni, pensieri, conoscenze orientando molto di quel che facciamo, conosciamo e pensiamo.

Quando ne siamo consapevoli, la domanda successiva diventa come possiamo agire per capire, avere fiducia, essere soddisfatti e impegnati, creando qualche livello di reciprocità con questa nuova categoria di soggetti che, verosimilmente, produce su di noi oggi più impatto di qualsiasi altra relazione, almeno con gli stakeholder attivi (soggetti consapevoli e interessati ad una relazione con noi).

In breve,… in anni recenti abbiamo affrontato e in parte superato le complessità analitiche riferite alle relazioni fra gli individui nonché fra questi e le organizzazioni, portandoci anche a concettualizzare la relazione fra le stesse organizzazioni via i loro rispettivi e unici tratti epigenetici.
Ora però si presenta una categoria fondamentalmente nuova di soggetti (gli algoritmi) che sono costituzionalmente ‘altri’ sia dall’individuo che dall’organizzazione, ma fortemente interrelata con loro e con se stessa.

Il mio grande vecchio amico e mentore James Grunig con il quale ho recentemente sollevato la questione mi ha molto cortesemente messo in contatto con il prof. Erich Sommerfeld (https://www.comm.umd.edu/people/faculty/sommerfelt) e ci siamo scambiati un primo giro di opinioni.

Per Erich la ricerca oggi considera le relazioni sociali come quelle fra due ‘attori’’ o ‘nodi’ del network. In questo caso specifico è invece proprio la tecnologia come tale che diviene un ‘nodo’ del network.

Dunque, la nozione di algoritmo aggiunge un’altro livello di complessità alle modalità di relazioni in una società digitale contemporanea. E questo perché, più che una interfaccia prettamente tecnologica, l’algoritmo definisce e modula i nostri desideri e interessi tramite piattaforme comunicative digitali.

Erich aggiunge anche un utile link a questo sorprendente paper del 2011 di alcuni suoi colleghi http://nosh.northwestern.edu/journals/2011Contractor-1.pdf
Naturalmente questo è solo un inizio e spero proprio che le debat continue…

Mi auguro vivamente cha altri curiosi, studiosi e colleghi vorranno unirsi e scambiare documenti, opinioni e valutazioni, magari anche solo segnalando ulteriori ricerche e documenti.
Sono certo che l’’importanza del tema non sfugga, insieme alla povertà della sua comprensione fino ad oggi.
buone feste e buon riposo

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  • Pierluigi De Rosa

    Grazie per i tantissimi spunti. Segnalo un contributo a mio avviso interessante, il testo di Dominique De Cerdon, “Cosa sognano gli algoritmi” (Mondadori Università). De Cerdon elabora una sorta di tassonomia degli algoritmi, spiegando come riescano a influenzare la popolarità ma anche l’autorevolezza e la reputazione, fino predire (condizionare?) il comportamento dell’utente. Credo si tratti di una lettura utile intanto per prendere consapevolezza del problema e per una prima ricognizione ‘analitica’, nel senso etimologico del termine, preziosa perché esplicita alcune dimensioni del fenomeno solitamente poco avvertite. Tra le tante, ne segnalo una, a cui i comunicatori in modo particolare dovrebbero dedicarsi: lo scarto crescente tra chi subisce passivamente/inconsapevolmente la logica degli algoritmi nell’accesso alle informazioni e chi invece ne riesce in qualche modo a governare il funzionamento, attingendo criticamente a più fonti informative. Credo che questa “pedagogia degli algoritmi”, se mi si concede il termine un po’ ottocentesco, sia una sfida chiave per tutti coloro che hanno a cuore la qualità del dibattito democratico nel nostro Paese, e non solo.

    • toni muzi falconi

      leggo con ritardo e mi scuso davvero. grazie per il prezioso contributo. proprio in queste ore sto elaborando un terzo intervento sul tema (spero che il secondo intitolato Abe and you tu l’abbia letto). farò tesoro dei tuoi suggerimenti e sarò felice se vorrai continuare a farlo. grazie ancora