Non è un caso che il primo atto politico del Movimento 5 Stelle all’indomani delle dimissioni di Matteo Renzi affronti il nodo della governance del digitale in Italia.

“La caduta del governo Renzi decretata dal voto di ieri impone un ripensamento anche della governance dell’innovazione nel nostro Paese” hanno dichiarato a scrutinio appena ultimato i deputati M5S della Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni, i quali chiedono che i fondi destinati al team per la trasformazione digitale guidato dall’ex senior vice President worldwide Retail di Amazon Diego Piacentini (31 milioni di euro per il 2017 e il 2018 che potrebbero diventare 40 milioni) “siano destinati a progetti di inclusione ed educazione al digitale di cui il Paese ha urgente bisogno”.

Certo, velleitario pensare che 31 o 40 milioni di euro bastino a recuperare il profondo ritardo che l’Italia ha accumulato quando parliamo di digital literacy. E delude un po’ vedere che proprio il movimento politico nato dalla rete e oggi seconda forza dello scenario politico nazionale si limiti a contestare sovrapposizioni e sprechi, quando la nomina di Piacentini ha suscitato perplessità ben più profonde e argomentate.

Il rilancio dell’Agenzia per l’Italia Digitale caldeggiato dai 5 Stelle non è di per sé un approccio sbagliato, ma esso sembra ancora privo dei contenuti e delle strategie che essa dovrebbe attuare.

Bisogna riconoscere alla (prima?) esperienza di governo di Matteo Renzi di aver cercato di porre, magari in maniera rapsodica e destrutturata, la questione dell’innovazione digitale come centrale per il futuro del paese. Il nuovo scenario che si è aperto stanotte può essere una grande opportunità per ripensare, su basi sicuramente meno discrezionali e a rischio di conflitto di interesse, gli indirizzi del digitale in Italia.

Un tema sul quale la community di Digidig riflette da tempo, ben oltre la critica a singole poste di spesa pubblica.

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