In una lettera alla corte di Ferrara, Niccolò Machiavelli, per la prima volta nell’uso corrente della lingua italiana, adotta il termine intelligenza per informazione.

L’unico precedente risale all’Ariosto, in una sua composizione minore.

Mentre in inglese i due termini sono correntemente sinonimo l’uno dell’altro.

Proprio queste identità tra i concetti e le funzioni dell’informazione come intelligenza è l’origine di quell’ineluttabile processo per cui nel luogo della massima concentrazione e densità dei due elementi- l’informazione e l’intelligenza- che è la rete, ogni service provider, ossia ogni sistema che trova inizialmente la sua giustificazione nella trasferimento di dati ed informazioni da un punto all’altro ,diventa inesorabilmente content provider, cioè organizzatore e dunque produttore di senso.

Del resto già un grande padre della potenza di calcolo qual è stato Cloud Shannon, in un suo articolo del 1948, così esemplifica va il concetto di informazione :

il problema fondamentale della comunicazione è quello di riprodurre in un punto o esattamente o in modo approssimativo un messaggio selezionato in un altro punto. Spesso i messaggi hanno un significato.

Proprio attorno a quella avverbio spesso si sta giocando oggi una delle più strategiche contese sociali e antropologiche della storia del pianeta.

Cloud Shanon , con la sua proverbiale essenzialità ai limiti della brutalità, già nel 48 ci consegnava l’identità e la funzione più vera della rete, e che, specificatamente, assolvono i social: muovere messaggi da un punto all’altro, fra un utente e l’altro, spesso con un significato.

Oggi possiamo dire sempre con un significato.

Il trasferimento di un contenuto, sia esso identificato con una notizia ,o anche il più semplice dei chiacchiericci, ci riporta all’identificazione dei due motori culturali di tutto il processo: informazione e intelligenza.

Informazione è intelligenza, e dunque valore.Gia questo ci assicura che un significato c’è sempre.

Ora il punto che è al centro della discussione in questi giorni, in particolare dopo che il concetto di post verità è assunto agli onori degli Oxford dictionary, riguarda quella mastodontica attività di movimentazione delle informazioni che non è direttamente collegata ad un’azione di connessione diretta tra due punti.

Mi riferisco a quei processi di comunicazione che non sono l’effetto di un collegamento diretto tra due soggetti, due utenti di Facebook o di Twitter, quanto a quella strategia di informazione che i social ormai gestiscono direttamente in quanto directory globale di tutto il pianeta.Diciamo : facebook come fonte primaria.

Un caso su tutti è dato da Instant Articles di Facebook, lo spazio in cui il il social più diffuso nel mondo, dopo aver stipulato accordi con i principali quotidiani internazionali, area per area, paese per paese, riceve le informazioni dalle redazioni e le distribuisce alla sua platea di circa un miliardo e 800 milioni di utenti.

Come avviene questa distribuzione? con quali criteri Facebook si organizza come edicola del mondo e prevede che nei prossimi 18 mesi di essere il principale fornitore di news della quota più attiva dei naviganti digitali ?

La novità più eccentrica e dirompente è che per la prima volta dopo tre secoli di giornalismo contemporaneo un distributore di informazione non si attiene più al vincolo cronologico.

Facebook infatti non distribuisce le notizie che riceve da tutte le grandi testate in virtù del tempo e dello spazio in cui queste notizie vengono acquisite e prodotte .

Il tempo è qualcosa di più di un criterio di classificazione delle informazioni. La condivisione della sincronia degli eventi rispetto ad ognuno, cioè sapere e capire quanto e quando accade una cosa rispetto alla mia vita, alla mia attività giornaliera ,mi permette sia di pesare quella cosa, che di condividere istintivamente e istantaneamente l’evento accaduto con tutti quelli che presuntivamente hanno l’opportunità di venirne a conoscenza.

Infatti quando io leggo una notizia su un giornale, naturalmente e meccanicamente acquisisco la consapevolezza che quella notizia è di dominio pubblico, dunque tutte le persone che io incontrerò in qualche modo ne sono a conoscenza, e pertanto con loro ne posso parlare e discutere, creando quel processo virale che è stato alla base dell’opinione pubblica ,che a sua volta ha materializzato e fondato gli Stati nazionali.

Tutta la storia dell’innovazione tecnologica ci parla di questo processo di accelerazione della condivisione delle informazioni: dalla scrittura alla stampa al elettrificazione del pensiero fino ai media contemporanei, quello che è accaduto è un immenso e poderoso processo di sincronizzazione del mondo sulla stessa notizia.

Un padre di questo processo scientifico, Charles Babbage, il pioniere dell’automazione del calcolo ,classificava,fin dalla metà dell’800, le tecnologie meccaniche ed elettriche della comunicazione come” economia del tempo” .

E bene, questa economia del tempo ,a metà del secondo decennio del secondo millennio, viene spazzata via, cancellata, rimossa, dalla volontà di Facebook che si arroga il diritto di distribuire ad ognuno di quel miliardi 800 milioni dei suoi utenti l’informazione che ritiene più congrua al destinatario.

Ritorniamo alle domande iniziali: se non è il tempo ,qual è la base della metrica distributiva che adotta Facebook? e qui veniamo a bomba al tema che ci proponiamo di affrontare: la discrezionalità e l’intelligenza degli automatismi della rete.

Facebook spiega con grande chiarezza quali siano i criteri distributivi delle informazioni: la profilazione dell’utente, che permette di proporre ad ognuno la notizia che il social ritiene più adatto e coerente con quel profilo, e, secondo criterio distributivo, la pertinenza della notizia con gli argomenti i temi che gli utenti stanno trattando tra di loro.Per cui si parlo di immigrazione Mark Zuckerberg può decidere, in base all’emozione che vuole provocare, se mostrarmi la foto del bambino morto sulla spiaggia turca o la vecchinas trascinata per strada da uno scippatore extracomunitario.

Si frantuma così ogni residua neutralità dell’insieme del sistema informativo.

Noi sappiamo bene che ogni redazione, ogni testata, ogni giornalista, non è mai neutro Nella raccolta, elaborazione, e distribuzione delle sue notizie.

Ma l’insieme del sistema mediatico, le sue sfaccettature, le sue articolazioni, le sue differenze nella non neutralità, ti danno un quadro potenzialmente molto vicino alla realtà del flusso informativo.

Facebook rompe questa media ponderata, perché Facebook non è uno dei tanti media, quanto è il luogo, il meccanismo, il sistema, l’intelligenza, che raccoglie sempre più completamente la nostra attenzione e la nostra attività produttiva per larga parte della giornata, sottraendole alle altre offerte mediatiche. Una tendenza questa suffragata dai dati che vede ormai più del 60% dei cittadini occidentali informarsi direttamente se non esclusivamente su internet, più ancora su Facebook. un processo che tutti gli analisti e sociologi prevedono in accelerato dispiegamento nei prossimi 18/ 36 mesi.

In questo passaggio l’informazione diventa machiavellicamente intelligenza e rovescia il ragionamento di Claude Shannon che nel suo saggio The mathematical theory oss comunication con la già ricordata brutalità affermava” il significato e irrilevante per il problema ingegneristico”. Qui c’è solo significato.

Un significato che come sicuramente Shanon sapeva, è proprio la forma di problema ingegneristico, cioè il significato diventa proprio la scelta di trasformare l’informazione in un problema tecnico, ingegneristico, che si presenta dunque con un determinismo per cui quel problema è risolvibile in un modo, ed in un modo solo, da un solo algoritmo.

Allora il tema che vorrei sintetizzare a questo punto è: davvero Trump è stato eletto dalla bias identitaria diffusa dalle bolle e dalle balle costruite dalle tribù di Facebook?

O piuttosto, quello che abbiamo visto è stato uno straordinario processo di causa ed effetto prodotto dall’intreccio di un fenomeno sociale, qual’è la radicalizzazione del più diffuso e gommoso strato sociale che caratterizza la geografia economica del pianeta che è il ceto medio, frustrato e ambizioso, con un linguaggio che è anche una forma di organizzazione efficiente con risultato la connessione tra le community distinte distanti sulla rete?

Qualcuno potrebbe dire che Facebook ha funzionato in questo ambito esattamente come il partito di Lenin ha funzionato nel processo rivoluzionario dell’ottobre sovietico.

Anche allora si trattò di un grande processo di bias identificativa, in cui uno strato sociale come il segmento di proletariato urbano, incontrando figure intellettuali radicalizzate, trovò nel partito un linguaggio che diventava organizzazione.

Possiamo dire allora che fu il treno che condusse Lenin alla stazione Finlandskaia di San Pietroburgo Il fattore scatenante della rivoluzione del 17 ? o quel treno in realtà trasportava un dirigente rivoluzionario che già aveva raccolto, elaborato, diffuso è organizzato un sistema politico, qual è appunto il partito di avanguardie, per rispondere a domande sociali reali?

E’ chiaro che nella logica puramente di impresa, dov’è il marketing è l’unico alfabeto condiviso ,dove Il risultato è l’unico valore di verifica, e soprattutto dove l’efficienza momentanea e immediata è l’unica ambizione da realizzare, diventa difficile decifrare i meccanismi psicosociali della rete e soprattutto individuarne realmente la matrice è la causa.

Il dibattito che si è aperto sui media americani, come l’articolo del new Yorker che pubblichiamo nella nostra rassegna, mostra un carattere un po’ naif, segnato dallo stupore di chi scopre per la prima volta che non tutto quello che appare è come sembra, che la tecnica non è asettica, che l’algoritmo ha un’anima, che la politica va sempre al primo posto.

Donald Trump, un reazionario miliardario dell’avventuroso passato e dall’ancora indecifrabile futuro, con l’istinto che solo la destra americana anarco individualista è in grado di esprimere, potendo basarsi sulla rappresentanza dell’immediatezza sociale senza nessuna sovrastruttura ideologica, si trova oggi a rappresentare l’affermazione del primato della politica rispetto al determinismo tecnologico.

La sua capacità di leggere la cartografia sociale, di percepire i sommovimenti della pancia del paese, di elaborare con lucidità gli scenari di cui i Big Data che documentavano i comportamenti digitali erano la premessa ma non la conclusione, ha dato scacco matto al intellighenzie finanziarie di Wall Street e digitali della Silicon Valley.

Trump ha letto i Big Data più e meglio degli stessii padroni di quei database.

Ci spiega il sociologo coreano naturalizzato tedesco Byung-Chul Han che “ l’informazione senza con testo genera solo processo commerciale ma non consapevolezza sociale”. Il contesto è la politica, la voglia di imporre una nuova relazione fra i poteri.

è esattamente quanto è accaduto negli Stati Uniti, con buona pace di coloro che attribuiscono tutto il merito alla circolazione di qualche fake su Facebook.

Trump ha saputo leggere i Big Data perché aveva una tesi, una strategia, un valore da verificare, ed ha potuto cogliere il meme delle identità digitali, ossia quel nucleo di bit che sintetizza l’essenza delle informazioni trasportate nella rete. Il meme-ce lo dice James Gleik con il suo documentatissimo saggio L’informazione, è un replicatore, un propagatore dell’idea di base del flusso informativo”. Gramscianamente potremmo dire che è il principio di egemonia che esercita l’algoritmo tramite l’intellettuale organico che diventa l’utente.

Il meme è il valore aggiunto che viene da una cultura o da una volontà politica di interpretazione.

Ma il meme è anche Il motore di quel processo ,per cui oggi tutta la nostra attività è basata su uno scambio continuo di dati e informazioni, appunto di intelligenze.

Tutta la nostra realtà, tutta la nostra vita, e oggi finalizzata è sostanziata dalla nostra attitudine e capacità a scambiare informazioni. E’ quello che John Archibald Wheeler, il più longevo fra i collaboratori di Albert Einstein, nel 2008 sintetizza mirabilmente in monosillabi oracolari” it from bit”, tutto è informazione. E oggi tutto è informazione digitale a rete.

Per questo è essenziale, più che inseguire i fantasmi dei fake, cercare di capire quali siano realmente le potenze, gli strumenti, le culture e linguaggi che originano, orientano E governano questo nuovo mondo in cui si svolge tutta la nostra vita.

Il principio primo che oggi presiede alla digitalizzazione della nostra vita ,che incarna e identifica il principio di Wheeler it from bit è oggi l’automatizzazione di soluzione di problemi e di circostanze psico cognitive.

La nostra mente e il nostro cervello sono oggi l’ambiente in cui si sta applicando il processo di digitalizzazione delle informazioni.Lo strumento e il contenuto di questo processo è l’algoritmo.

Un oggetto che risale alla notte dei tempi ,che appare come forza motrice dell’uomo già nel Proteo di Eschilo e che Pitagora razionalizza come il modo di calcolare il futuro.

Ma c’è un momento, potremmo dire un’ora precisa, nella storia dell’umanità, in cui questo linguaggio matematico non è più la retorica autocontemplazione di una potenza dell’uomo , l’esibizione di una sua capacità proto divina, ma diventa lo strumento di una volontà di potere di dominio sulla natura,nella natura, fra gli uomini.

Siamo qualche decennio dopo Galileo, che già ci spiegava che il libro della vita era scritto con il linguaggio della matematica, e prima con Isacco Newton ,e poi con Joseph Raphson, l’algoritmo da effettivo diventa efficiente, diviene cioè un processo organizzativo e produttivo dell’attività umana, in cui la sua elaborazione e la fonte di governo e di potere sulle soluzioni dei problemi.

L’espressione (A+H) al quadrato ,in sostanza l’incremento o la diminuzione del lato indica l’incremento o la diminuzione del quadrato,rivela il primo automatismo di calcolo che permette di stabilire delle sequenze certe, degli effetti matematici sicuri nei processi decisionali. Entriamo così nel campo dell’informatica di precisione

Da questo punto arriviamo fino agli anni 30 nel XX secolo, quando, sulla scorta di quello straordinario periodo della seconda metà del 800 in cui i matematici si affiancarono agli ingegneri nel programmare la potenza nella società industriale, nacque la società del calcolo.

Negli anni tra le due guerre mondiali, sulla spinta di un taylorismo ormai esasperato che pretendeva di calcolare ogni minimo gesto individuale ed ogni comportamento di massa finalizzato alla produzione, le società del calcolo dei vari paesi occidentali cominciano a tessere una tela a maglie sempre più strette, in cui l’obiettivo è definire e calcolare dunque la prevedibilità di fenomeni e di valori sociali.

Come descrive Paolo Zellini nel suo denso e documentatissimo saggio La matematica degli dei e gli algoritmi degli uomini, Negli anni 30, in seguito alla progettazione dei primi calcolatori digitali, prende forma l’indirizzo della scienza matematica orientato esclusivamente a risolvere i problemi della fisica e dell’economia.

La guerra non interrompe questa evoluzione, Anzi accelera trasformando il conflitto bellico in competizione computazionale, anche grazie al progetto Enigma di Alan Turing e lo stesso Shannon.

Ii tedeschi prima che sui campi di combattimento vengono battuti nella capacità di elaborare una strategia più generalee complessiva della potenza di calcolo ,in cui la fissione nucleare da una parte e la decifrazione dei linguaggi criptati dall’altra, sono pretesti e obiettivi intermedi di una più ampia politica di riorganizzazione sociale

Vannevar Bush con il suo saggio As We May Think,pubblicato sulla Atlantic Review nel luglio del 1945 ,annuncia la nuova stagione del decentramento della potenza di calcolo all’individuo, spiegando al Dipartimento di Stato americano americano ,che lo aveva interpellato a proposito, che l’Unione Sovietica che già si annunciava come l’avversario del dopoguerra, poteva essere fronteggiata solo trasformando la base sociale il motore dell’economia da manifatturiera a cognitiva.

Gli algoritmi cominciavano a lavorare in maniera efficiente per risolvere il primo grande problema: come neutralizzare la funzione negoziale e antagonistica del lavoro nella produzione industriale.

In questo modo la potenza di calcolo che era di esclusiva competenza degli Stati così come il monopolio della violenza, secondo la nota definizione di Max Weber,Diventa una pratica sociale di utilizzo diretto da parte delle imprese e degli imprenditori.

Lungo questa strada l’algoritmo diventa quello che Dominique Cardon definisce” indicatori per guidare i comportamenti”.

Infatti proprio l’efficienza di proporre di volta in volta soluzioni presentate come uniche ed esclusive ad ogni problema, induce all’adeguamento ad un linguaggio ed ad un comportamento coerente col sistema algoritmico, determina l’omologazione tra il principio matematico ei suoi ispiratori è il senso comune che guida le nostre vite.

L’esempio forse più esauriente spettacolare e solo apparentemente frivolo ci viene dal mondo musicale, da quel pervasivo ed ecumenico linguaggio che appunto alla musica, che già Leibniz ci dice che è una pratica occulta dell’aritmetica in cui l’anima non sa di calcolare.

Spotify, un app che ormai organizza la dieta musicale di decine e decine di milioni di giovani e meno giovani, proponendo compilation estremamente pertinenti e aderenti ai profili di ogni singolo utente, oggi si è spinta più in là con i suoi algoritmi.

L’oggetto della ricerca per la profilazione di ogni soggetto non è più solo il gusto, la sensibilità, la personalità del destinatario della compilation musicale.Siamo oltre, siamo alla ricostruzione dell’evoluzione di tutti questi fattori messi assieme ,che potremmo definire sinteticamente l’anima dell’ascoltatore, in modo da poter calcolare quelli che saranno i suoi gusti e dunque le sue scelte in un futuro più o meno prossimo.

L’algoritmo di Spotify già in azione precede di vari passi la nostra crescita e maturazione, predisponendo l’itinerario per farci giungere puntuali al punto di incontro con l’identikit della nostra futura personalità così come l’ha previsto Spotify.

Su quella base, cioè sulla proiezione di milioni e milioni di profili evolutivi dei suoi clienti Spotify è in condizione ora di programmare la produzione di quelle musiche, di quei ritmi, di quelle sensazioni che essa stessa ha previsto essere l’elemento innovativo che modificherà il nostro piacere all’ascolto.

Ma a questo punto qual è l’uovo e qual’è la gallina? chi condiziona che cosa? sono i profili che Spotify riesce a tracciare della nostra evoluzione a condizionare la successiva fase creativa dei produttori di musica o invece e la possibilità di disporre di quelle composizioni musicali che danno l’occasione a Spotify di interferire con la nostra evoluzione? al centro di questo nodo che tocca inevitabilmente l’atavico tema del libero arbitrio, troviamo un algoritmo, un sistema logico e linguistico che dialoga, a nostra insaputa, con la nostra mente dando significato a quella attività che Shanon ci voleva assicurare essere solo ingegneristica.

Immaginiamo ora per un momento che al posto di Spotify non ci sia un operatore musicale, non ci sia un service provider che ha come obiettivo quello di farsi scegliere come disk jockey del pianeta, ma ci sia, ad esempio, un partito, un progetto politico, ancora più semplicemente, un candidato alla presidenza degli Stati Uniti. cosa potrebbe avvenire? forse che un eccentrico miliardario seducente ma screditato potrebbe entrare alla Casa Bianca.

Q uesto è oggi il vero tema: la riservatezza e la separatezza delle attività algoritmiche che attraversano la nostra vita rispetto alle quali noi chiediamo che, incoerenza con le strategie politiche delle democrazie occidentali del secolo scorso, anche l’algoritmo, come il potere di formazione, di guarigione, di informazione ,Siano sottoposti al vincolo della trasparenza e del controllo pubblico, proprio quello che esprime la richiesta che stati e comunità internazionali riconoscano la potenza di calcolo come spazio pubblico, come potere, dotazione, applicazione, che a prescindere dagli statuti proprietari ed alle relazioni commerciali siano sempre riconoscibili ,identificabili, modificabili, negoziabili.

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