All’ombra dell’algoritmo

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icebergL’algoritmo, ovvero la misteriosa combinazione di processi di elaborazione dei dati che porta il motore di ricerca di Google a rispondere alle nostre richieste sulla base non solo del nostro quesito ma anche della nostra storia online, e FaceBook a fornire una lista di amici – e di conseguenza una timeline – basata su parametri molto simili, non è che la classica parte emersa dell’iceberg.

In realtà, le cose più interessanti – o più preoccupanti, a seconda dei punti di vista – avvengono sotto alla superficie, nell’area più difficile da individuare per l’utente, indipendentemente dal suo livello di competenza, a partire dalla famigerata EULA – End User License Agreement – che tutti firmano virtualmente senza leggere (e chi mai leggerebbe una ventina di pagine scritte nel più classico avvocatese se non è chiaro – e non è affatto chiaro – che quella firma può non solo condizionare i nostri diritti, ma esporci a problemi di tipo legale abbastanza significativi, incluso l’ammontare delle multe?).

L’EULA ha una serie di obiettivi dichiarati, che sono quelli di proteggere la proprietà intellettuale del software limitando i diritti dell’utente con una serie di clausole vessatorie (in estrema sintesi, la software house ha sempre ragione e l’utente ha sempre torto), e una serie di obiettivi non dichiarati, e per questo molto più pericolosi, che si possono riassumere nella creazione di lacci e lacciuoli che riducono la libertà dell’utente (ivi inclusa la libertà di scelta del software).

Faccio degli esempi, per chiarire il problema:

1. L’EULA di Facebook recita: “For content that is covered by intellectual property rights, like photos and videos (IP content), you specifically give us the following permission, subject to your privacy and application settings: you grant us a non-exclusive, transferable, sub-licensable, royalty-free, worldwide license to use any IP content that you post on or in connection with Facebook (IP License). This IP License ends when you delete your IP content or your account unless your content has been shared with others, and they have not deleted it”.

2. L’EULA di Google non è diversa: “When you upload, submit, store, send or receive content to or through our services, you give Google (and those we work with) a worldwide license to use, host, store, reproduce, modify, create derivative works (such as those resulting from translations, adaptations or other changes we make so that your content works better with our services), communicate, publish, publicly perform, publicly display and distribute such content”.

Ovvero, tutti i contenuti che condividete diventano automaticamente nostri, e ci possiamo fare quello che vogliamo (naturalmente, per raggiungere gli obiettivi di business dell’azienda). L’EULA, quindi, è la condizione indispensabile perché sia FaceBook sia Google possano attivare i loro algoritmi sulle nostre informazioni, per metterle in relazioni tra loro, e trasformarle in valore aggiunto.

Ma l’algoritmo non è tutto, quando si parla di sistemi operativi e di programmi come Windows e Office, che sono arrivati a una posizione di monopolio grazie a una combinazione estremamente sofisticata di vincoli legali – ancora una volta, la famigerata EULA, che crea una condizione di scarsità artificiale del prodotto con la concessione su licenza di un bene riproducibile – e vincoli tecnologici, che in gergo tecnico si chiamano strategie di lock-in.

Microsoft, in un mondo orientato agli standard, è riuscita con grande abilità a imporre comportamenti e formati non standard che funzionano meglio con i suoi prodotti, e creano difficoltà a tutti gli altri. In questo modo, “costringe” gli utenti ad acquistare Windows e Office per evitare problemi.

Tutto questo ha una serie di effetti collaterali negativi, a partire dall’eliminazione della concorrenza, che a sua volta deprime l’innovazione (perché il monopolista non ha alcun interesse a innovare), per arrivare a un aumento dei costi nascosti legati alla ridotta interoperabilità.

Immaginate un mondo in cui qualsiasi software riesce a leggere qualsiasi documento, perché tutti i documenti utilizzano lo stesso standard documentato, e quindi facilmente riproducibile anche da tutti quelli che non sono coinvolti nello sviluppo e nella gestione del formato. Oggi, tutto questo suona strano, perché i documenti sono artificialmente diversi, perché solo in questo modo Microsoft può essere sicura che essi vengano gestiti correttamente solo da Windows e Office. Il costo, però, lo sopportano tutto gli utenti, che devono aggiornare il software per mantenere l’accesso ai contenuti che essi stessi hanno creato.

Naturalmente, il problema è molto più complesso, per cui ritorneremo sul tema cercando di affrontare progressivamente tutti i dettagli, non tanto per evitare che gli utenti utilizzino i servizi o acquistino i software di uno specifico fornitore, ma perché lo facciano – se decidono di farlo – in modo perfettamente consapevole, senza rimanere all’ombra dell’algoritmo.

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