(If the algorithm has a  (digital) identity then other algorithms, organizations and individuals should have an interest (and they certainly do!) in finding relational space and networks to govern in order to exchange views, opinions and experiences on specific issues that may influence and facilitate or obstruct the achievement of their respective objectives. Thus algorithms for individuals, organizations (and other algorithms) are a new stakeholder public. If this is true then one wonders if the evaluation of the quality of a relationship that is increasingly being adopted in the case of person with person –  person with organization relationships and vice versa, can also be adapted in evaluating the quality of the relationships of algorithm with algorithm, algorithm with person, and algorithm with organization.)

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In merito al tema dell’algoritmo come ‘spazio pubblico’ , desidero affrontare una questione specifica che, tra l’altro,  emerge ogniqualvolta qualcuno di noi di DigiDig si propone in chiave (anche) rivendicativa nei confronti dei  5 Digital Barons di www.partnershiponai.org  

Puntuale arriva la domanda: ma cosa mettereste nella vostra piattaforma negoziale? Fateci capire meglio.

Naturalmente i temi più ovvi intorno ai quali eventualmente negoziare hanno a che fare con un ampliamento dei diritti degli utenti in materia di privacy, sicurezza, diritto all’informazione e promozione della digital literacy .

Ma  –forse e soprattutto a monte – vogliamo metterci anche chiarezza, trasparenza e monitoraggio della qualità della relazione fra i diversi ‘soggetti’ del digitale.

Poiché da mezzo secolo mi occupo professionalmente, culturalmente e didatticamente di relazioni (pubbliche, ma non nel senso contrario di private, ma di ‘con i pubblici’) vorrei esplorare su questo tema una traccia di ipotesi operativa.

Ciascuno di noi: Persona, Organizzazione e…aggiungo ora …. Algoritmo)  sviluppa abitualmente relazioni con altri soggetti : Persone, Organizzazioni, Algoritmi).

Se la qualità di questa relazione è valutata efficace dai soggetti che la compongono, gli obiettivi  condivisi e perseguiti sono raggiunti con risultati maggiori in tempi minori. E’ un assioma condiviso da studiosi di molte discipline (psicologia, sociologia, management, comunicazione…).

Già, ma come faccio a sapere se la qualità della relazione è efficace?

Secondo una scuola di pensiero consolidata e sviluppatasi negli ultimi trent’anni con una forte accelerazione negli ultimi 15 (effetto del digitale), a alla quale penso di avere anche dato qualche contributo sia di riflessione che di attuazione, la qualità di una relazione dipende-sì- da tanti fattori ‘situazionali’,  ma si può valutare raccogliendo il reciproco giudizio dei diversi soggetti della relazione che si vuole valutare su quattro indicatori fondamentali -cui  di volta in volta  (in funzione della materia specifica di analisi) se ne possono anche aggiungere altri.

I quattro indicatori sono la fiducia nella relazione, l’impegno nella relazione,  la soddisfazione nella relazione e l’equilibrio di potere nella relazione.

Non entro ora nello specifico di ciascun indicatore  mi limito a dire che l’analisi prevede che i soggetti si esprimano reciprocamente per andare a disegnare zone di equilibrio e di squilibrio nella relazione, offrendo così la possibilità ai soggetti intenzionati a migliorare la relazione in un determinato periodo di tempo, di progettare cambiamenti.

L’applicazione di questo schema è frequente e non ha  prodotto particolari problemi. Ma ovviamente le complessità non mancano. Per esempio, l’analisi funziona quando la qualità della relazione viene valutata fra persone oppure fra organizzazioni e, verosimilmente, anche fra algoritmi.  Invece, la relazione fra persone e organizzazioni e viceversa è leggermente più complicata perché l’organizzazione in sé, a differenza della persona,non ha una identità esplicita e così precisa. So bene che i miei colleghi che vivono, studiano, disegnano, comunicano e dialogano con queste identità inorridiscono a questa idea. Ma è comunque verosimile che sia più difficile valutare la fiducia reciproca fra due organizzazioni o fra una persona e una organizzazione. Ma tant’è, con un po’ di fatica e qualche flessibilità in più, si fa.

Devo immaginare che almeno altrettanto complicato sia valutare la qualità della relazione fra diversi algoritmi, fra algoritmi e persone e fra algoritmi e organizzazioni. Eppure penso che la cosa sia possibile.

Pienamente consapevole che alcune delle mie affermazioni possano sembrare discutibili, suppongo però che per DigiDig avviare un negoziato con i cinque su una tematica di questo genere, coinvolgendovi anche esponenti rappresentativi delle istituzioni locali, nazionali e sovranazionali possa essere una stimolante sfida sia per noi che per i cinque. Che ne pensate?

 

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