L’altro giorno Angela Merkel si è presa qualche ora di vacanza dalla cacofonia della politica quotidiana. Accantonando per un attimo gli immigrati, l’euro, la Russia e l’Ucraina, la Brexit e tutto il resto, la cancelliera tedesca ha tenuto un discorso sugli algoritmi. Sì, proprio gli algoritmi. Lo scenario era Monaco di Baviera e il messaggio era che i motori di ricerca che forniscono le notizie su siti come Google e Facebook stanno creando delle visuali distorte.

Gli algoritmi (gelosamente custoditi) usati da queste aziende per tarare i risultati sulle preferenze personali registrate possono creare camere a eco e i cittadini possono finire per ricevere solo le notizie che si conformano ai loro pregiudizi: un bel regalo per i populisti fautori della politica della post-verità. L’esposizione diffusa a idee e interpretazioni in contrasto fra loro è un ingrediente fondamentale in una democrazia sana.

Il minimo che dovrebbero fare le aziende tecnologiche, ha detto la Merkel, è divulgare in modo trasparente i criteri con cui sono costruiti gli algoritmi, in modo che spettatori e lettori possano rendersi conto che quella che gli viene offerta è una prospettiva strettamente limitata del mondo che li circonda.

Un paio di giorni dopo, un tribunale del lavoro di Londra ha emesso una sentenza in favore di alcuni autisti Uber che si erano lamentati del fatto che i loro contratti negavano diritti fondamentali come il salario minimo e le ferie pagate. Uber, ha stabilito la corte, non può fingere che si tratti di appaltatori del tutto indipendenti.

Il linguaggio usato colpisce quanto la sentenza stessa. L’idea che l’attività londinese di Uber, osserva laconicamente il giudice Anthony Snelson, costituisca un mosaico di circa 30mila piccole imprese collegate tra loro dalla piattaforma tecnologica di Uber, è «abbastanza ridicola». L’azienda è ricorsa a un linguaggio fittizio e distorto e ha perfino inventato una «terminologia nuova di zecca» nel tentativo di «imbrogliare la corte».

Uber ha dichiarato che ricorrerà in appello, ma molti giuristi ritengono più probabile che questa sentenza migliorerà le condizioni di lavoro di centinaia di migliaia di persone attive nella gig economy, l’economia dei lavoretti.

Bisogna essere teorici del complotto di proporzioni trumpiane per mettere in collegamento questi due eventi avvenuti in due diverse città europee. Ma è vero che ci raccontano più o meno la stessa storia.

Il discorso della Merkel e la sentenza del giudice Snelson sono avvisaglie di un vento che sta cambiando, in Europa, per i colossi (quasi tutti americani) dell’high-tech. Fino a poco tempo fa i rivoluzionari innovatori digitali sembravano destinati a travolgere tutto sul loro passaggio. Ora politici e regolatori sono passati al contrattacco.

Naturalmente l’opposizione a Uber e Airbnb (il suo equivalente nel settore delle case-vacanze) non è confinata a una sponda dell’Atlantico. Il governatore dello Stato di New York ha promulgato una serie di severe restrizioni sull’attività di Airbnb nello Stato e Uber ha contenziosi aperti con i suoi autisti in molte città degli Stati Uniti. Ma è in Europa che si percepisce il disagio più profondo per gli effetti economici e sociali delle nuove tecnologie.

Un’altra dimostrazione è arrivata quest’estate, quando la Commissione europea ha imposto una multa di 13 miliardi di dollari alla Apple. L’aggressiva politica di elusione fiscale messa in atto dal colosso di Cupertino (ideata, va detto, con la complicità di un precedente Governo irlandese) è entrata in rotta di collisione con le leggi sulla concorrenza. Di questi tempi la Commissione non ha molti ammiratori negli Stati membri dell’Unione, ma gli applausi per questa multa sono riecheggiati da una capitale all’altra del continente.

E non è solo la Apple. La Commissione sta investigando sulle faccende fiscali di Amazon e ha avviato un’indagine per stabilire se Google abbia violato le regole antitrust. Facebook si è piegata alle pressioni e ha accettato di contabilizzare una parte maggiore delle sue vendite nel Regno Unito invece che in Irlanda, dove l’aliquota sulle imprese è più bassa. Google, che ha subito perquisizioni degli ispettori del fisco nei suoi uffici di Parigi e Madrid, potrebbe finire per adottare provvedimenti analoghi.

A Washington c’è il sospetto che sia tutto parte di una trama protezionistica. Gli europei, semplicemente, non gradiscono il predominio americano in questo mercato. Non è un’accusa del tutto infondata: probabilmente non è un caso che le imprese del settore dei media tedesco siano fra i contestatori più accessi dei misteri degli algoritmi di ricerca.

C’è anche qualcos’altro: una collisione tra lo sdegno liberista della Silicon Valley per qualsiasi cosa possa intaccare i suoi profitti e la crescente consapevolezza di una classe politica messa alle strette delle conseguenze delle nuove tecnologie sulle politiche pubbliche. Per i leader politici europei è importante se gli elettori visualizzano solo le opinioni che condividono, o se le aziende della cosiddetta economia della condivisione negano ai lavoratori salari decenti e reti di sicurezza sociale.

Tim Cook, l’amministratore delegato della Apple, spesso sembra credere veramente che la sua azienda dovrebbe essere libera di decidere quanto pagare di tasse. Cook pensa anche che spetti alla Apple, e non a politici eletti dai cittadini, decidere dove passi la linea divisoria tra riservatezza personale e sicurezza nazionale nell’uso dei sistemi di cifratura. Non sembra essersi accorto che questi sono tempi politici difficili e che i Governi non si lasciano più abbindolare da tutto il cancan sulle meraviglie della tecnologia.

Quello che sta succedendo, secondo me, è un processo di «socializzazione» di queste aziende, anche se procede lentamente e incontra fortissime resistenze. La direzione è quella giusta: le aziende tecnologiche non possono sottrarsi ai doveri che gravano sul resto delle imprese. Un riequilibrio del rapporto tra profitti privati e benessere pubblico avrebbe dovuto avvenire già da tempo. Il signor Cook farebbe meglio a limitarsi ai suoi ingegnosi gadget.