L’algoritmo come spazio pubblico e condiviso

2

Il codice, ossia il linguaggio informatico che tramite gli algoritmi automatizza soluzioni a problemi comportamentali o cognitivi, è l’unico linguaggio, ci spiega Alexander Galloway, uno dei più geniali critici  contemporanei del software, che convertendo il significato in azione è inconsciamente eseguibile.

Il codice è il motore della rete, il vero principio attivo che trasferisce continuamente agli utenti senso comune, insieme alle istruzioni con le quali risolve i mille problemi che istintivamente deleghiamo ogni giorno ai nostri sistemi digitali.

Grazie alla potenza , accessibile, gratuita e diffusa, di questa intelligenza siamo in grado da anni di autoprogrammare sempre di più le nostre attività, disintermediando progressivamente poteri e gerarchie.

La rete per questo è uno straordinario sistema sociale di promozione e liberazione. Ma, come ogni sistema relazionale, implica nuove forme di intermediazione e nuovi rischi di gerarchie. La concentrazione della produzione di codice in pochi gruppi sta delineando una nuova asimmetria sociale. Ma ancora di più, a nostro parere, la minaccia di squilibri inediti viene dal carattere riservato e inaccessibile della stessa potenza di calcolo che produce gli algoritmi.

Riteniamo che nel pieno di un fenomeno di sempre più vasta automazione di comportamenti fisici e intellettuali, si stia configurando una forma di potenziale dominio da parte dei titolari delle nuove intelligenze artificiali.

Uno squilibrio non dissimile da quello che in altre fasi della storia era stato provocato dalla concentrazione di ricchezze, di proprietà immobiliari e terriere o, successivamente, nel controllo di servizi vitali come la sanità o l’istruzione, e infine da nascenti monopoli industriali e dei servizi comunicativi.

Ognuno di questi eccessi è stato  più o meno regolamentato a vantaggio della società da parte delle istituzioni democratiche.

Oggi vediamo la necessità di un intervento sociale e giuridico non solo sulla concentrazione della proprietà di software e algoritmi, ma direttamente su tutti i processi di elaborazione e sviluppo di queste potenze digitasli, che interferiscono con la nostra vita, guidando i nostri comportamenti , orientando i nostri linguaggi, condizionando i nostri pensieri.

Questi sistemi algoritmici devono, proprio per la loro irrecintabile potenza e pervasività, essere riconosciuti di interesse pubblico. Devono essere uno vero spazio pubblico, come filosofi ed economisti nel secolo scorso hanno convenuto su istituti quali appunto scuole, ospedali, telecomunicazioni.

Non pensiamo di affidare esclusivamente alle istituzioni politiche e statuali questo ruolo normativo. Il carattere di tecnologie di libertà che è stato riconosciuto alle reti digitali è troppo delicato per permettere a congiunture politiche di premere sul loro funzionamento.

Riteniamo,  come accadde nel secolo scorso nel processo di  modernizzazione e civilizzazione delle relazioni di lavoro e di vita  sociale, che sia importante riuscire a sviluppare, con il diffondersi di mature consapevolezze critiche sui processi tecnologici,  una convergente azione di protagonismo negoziale  da parte di agenti sociali, quali associazioni di consumatori, di specifici utenti professionali, di enti quali università e centri di ricerca, principalmente dei territori e delle comunità locali, che sempre più assiduamente adottano modelli digitali per organizzare la propria attività, e le istituzioni che intervengono  per ratificare e stabilizzare regole e rivendicazioni  contrattuali.

Si tratterebbe di riprodurre su questo nuovo ambito di contrattazione e controllo esattamente quel fenomeno di molteplicità di ruoli sociali che all’inizio della rete guidò la sua gestione concreta mediante l’ICANN.

L’algoritmo come spazio pubblico, la trasparenza nei processi di automatizzazione delle attività discrezionali, la modificabilità e adattabilità di codici e software, sono oggi le condizioni perché la rete possa realmente confermare le promesse di promozione, liberazione e soddisfazione reale che sono alla base della sua diffusione e condivisione globale.

SHARE
  • toni muzi falconi

    Condivido che la concentrazione della produzione di codice in pochi gruppi delinea una nuova asimmetria sociale e che la minaccia di squilibri inediti viene dal carattere riservato e inaccessibile della stessa potenza di calcolo che produce gli algoritmi.

    Penso però che la pur suggestiva ipotesi che i sistemi algoritmici siano riconosciuti di interesse pubblico vada approfondita tenendo conto –certamente sì- delle dinamiche del pensiero e dell’esperienza europea e americana del secolo scorso, ma richieda anche una profonda rivisitazione del senso stesso dei concetti di ‘interesse’ e ‘spazio’ pubblico, che ci aiuti a interpretare il verosimile scenario politico, sociale, culturale, economico e ovviamente tecnologico in cui oggi quegli stessi termini tendono a sbriciolarsi e a implodere.

    Ritengo anche che i frequentatori e partecipanti alla comunità DigiDig possano costituire un terreno fertile di riflessione multidisciplinare.

    Per esempio:
    per molti, ancora oggi , l’interesse pubblico è dato dall’insieme di norme, leggi, consuetudini e abitudini di un territorio e dei suoi abitanti intorno ad un tema specifico. Il pur indispensabile cambiamento viene garantito, salvo eruzioni e sconquassi vari, dalle dinamiche che amiamo (sempre più, per quanto mi riguarda) definire democratiche e per essere più specifici, che includono anche la legittimazione per le varie aggregazioni di interessi (imprese, associazioni…) di esercitare pressioni sul legislatore per modificare le norme. Da un lato i cosiddetti ‘stakeholder’ (titolari di facoltà di intervento) e dall’altro gli ‘active citizens’ sono soggetti (sovente sovrapposti, a seconda delle circostanze) che concorrono a determinare l’interesse pubblico.
    Ma si tratta di circostanze ‘situazionali’, che cambiano di volta in volta e che stentano ad essere irrigidite in schemi e classificazioni tipiche del nostro modo di pensare e operare.

    Un secondo esempio: lo stesso ‘spazio pubblico’ teorizzato da Habermas non molti decenni fa, e che abbiamo sempre considerato una delle stelle polari nella nostra riflessione/azione sui fenomeni comunicativi in Occidente, va interamente rivisitato. Non soltanto tenendo in ovvio conto dell’evoluzione tecnologica ma soprattutto della evoluzione della network society descritta trent’anni dopo (ma pur sempre 15 anni fa…) da Castells chiarendo (credo..) che la fuzzyness delle dinamiche dei sistemi di relazione costituisce la nuova barriera interpretativa di una realtà(?) che, e finisco, comunque non può più essere impregnata di solo pensiero occidentale.

    Non ho alcuna certezza, salvo quella che i componenti della community di DigiDig concentrano una impressionante diversità e qualità di pensiero e di conoscenza che potrebbe davvero contribuire all’obiettivo evocato da questo bel post di Michele.

  • pidechia

    Forse un esempio concreto può aiutarci a capire se l’obiettivo indicato da Michele è praticabile e condivisibile.

    Gli algoritmi infatti sono il principale asset delle imprese che si sono affermate Over The Top nel decennio passato e che domineranno il prossimo. E’ possibile, giusto ed utile espropriarle di questo asset, pubblicizzandolo o condividendolo? In quale misura? O stiamo solo ripercorrendo, attualizzandolo, il sogno fallito della “statalizzazione dei mezzi di produzione”?

    Peraltro Google e Facebook e Amazon alternano narrazioni contraddittorie, presentandosi talvolta come campioni del capitalismo schumpeteriano, talvolta come infrastruttura, essential facility neutre e aperte. Collaborano già, concedendo usi parziali dei loro algoritmi non solo ai pochi poteri pubblici che, come la NSA, hanno mantenuto il monopolio della forza, ma anche a migliaia di enti locali o istituti di ricerca, spesso a titolo gratuito, ma rafforzando in tal modo efficienza ed economie di scopo del loro sistema.

    Immaginiamo, ad esempio, che un algoritmo proprietario consenta di comunicare con le persone interessate a una patologia medica e/o che abbiano acquistato un medicinale e/o ne abbiano testato gli effetti. Immaginiamo che un organismo sanitario voglia non solo utilizzare quell’algoritmo, ma scomporlo, integrarlo e pubblicarlo per altre finalità di pubblico interesse. Difficile negare che questo obiettivo sia giusto e utile. Ma in quale misura?

    La risposta, oggi, è: la misura minima indispensabile.

    Innanzitutto quindi il campo va circoscritto solo agli “algoritmi con notevole forza di mercato”. Se una media impresa vuol mantenere segreta l’ultima release della sua formula sperando con quella di scalare quote di mercato o di attenzione deve poterlo fare. Forse, per non frenare l’innovazione, persino l’impresa gigante può mantenere il monopolio privato dell’algoritmo per un breve periodo; diciamo per i diciotto mesi della legge di Moore.

    Restringiamo ancora: l’algoritmo diventa pubblico solo per le sue componenti strettamente necessarie a precisi obiettivi di interesse pubblico, inerenti la salute, l’educazione e poco altro. Inoltre le richieste provenienti da singoli governi (molti dei quali non più affidabili dei giganti OTT) dovranno essere sempre filtrate da organismi sovranazionali.

    L’antitrust rientra negli obiettivi di interesse pubblico? Non ancora. Non c’è ancora la prova che la notevole forza di mercato degli algoritmi dominanti non sia contendibile da nuovi attori. La velocità con cui un sistema più aperto quale Android ha superato iOS o, viceversa, un mondo più chiuso quale Facebook insidia Google, dimostra che le posizioni dominanti non sono stabilizzate e (forse) sono ancora esposte a nuovi entranti. Solo se e quando avremo dimostrato che gli algoritmi dominanti non sono più contendibili, anche l’antitrust entrerà tra gli obiettivi di interesse pubblico.

    D’altra parte da quando Rockfeller fu indicato come robber baron, passarono dieci anni per approvare lo Sherman Act e altri venti per disarticolare la Standard Oil.

    Anche oggi si tratta di affermare il principio di uno spazio comune minimale, per poi allargarlo in futuro solo se e quando necessario.

    Per questo l’appello di Michele a inserire l’algoritmo nello spazio pubblico, va circoscritto e depurato da (gloriosi) retaggi marxiani e habermasiani.

    Ma soprattutto il suo appello va sostenuto e incoraggiato, perché il rischio maggiore è quello di intervenire troppo tardi, senza discussione e senza avere gli attrezzi di pronto intervento.

    Piero De Chiara