Il testo–manifesto che proponiamo come prima identificazione del nostro progetto mi libera da ogni sforzo di  medietà nell’intervenire nel dibattito che è stato meritoriamente aperto, su sollecitazione di Toni, da Lanzone e de Michelis.

L’amicizia di lunga, lunghissima, e variegata, vaglia, con i due autori, mi permette di essere schematico e secco , rendendo più chiaro, forse, e sicuramente meno prolisso del solito il mio ragionamento. Spero così di contribuire ad innestare un lavorio di discussioni e di riflessioni che è poi il fine del nostro progetto.

Per questo posso dire a cuor leggero che non sono d’accordo con l’impostazione che unisce gli interventi di Giovanni e Giorgio. Non lo sono su un punto discriminante, ineludibile, almeno per chi come me ha voluto sollecitare l’aggregarsi di questa community attorno ad un punto specifico: il determinismo dell’algoritmo.

Sento infatti che proprio su questo punto- spazio e ruolo dell’algoritmo nei nuovi processi socio economici- ci sono intonazioni e approcci  differenti  nel nostro gruppo e mi interessa molto misurarmi con essi.

Giovanni e Giorgio, che sono persone informate sui fatti ,affrontano con grande serietà la questione, e pongono al centro, mi pare, della loro visione della contemporaneità la cosi detta General Knowledge.

Io penso invece che la Knowledge sia oggi un ambiente dominante, anzi sia l’eco sistema in cui siamo tutti immersi, ma che il motore del nostro tempo, quello c he determina le nuove relazioni sociali, il mulino che caratterizza le ragioni di scambio economiche e culturali, per dirla con Marx che viene opportunamente citato, sia più specificatamente, un pensiero computazionale che per la prima volta, contrariamente a quanto diceva Hume, diventa consapevole cultura di comando e non più inconsapevole riflesso di calcolo,, come appunto sosteneva il filoso inglese del pensiero umano.

Dunque siamo oltre la General Knowledge, che è un processo che si irradia da almeno tre secoli, con una progressiva densità e pervasività, tanto che è stata già materia di impareggiabile analisi nei Grundrisse di Marx,poco dopo la metà del XIX° secolo, come ricordato opportunamente da Lanzone.

In una lettera  scritta nel 1910 i fratelli Wright, i padri del volo umano, riferendosi alla prospettiva del volo meccanico,affermano “ che sempre l’abilità del pilota prevarrà sulle soluzioni della macchina”. Non era un’affermazione gratuita o retorica. Già allora, attorno ai primi prototipi di aereo, si stava discutendo  del livello di autonomia dell’uomo dalle macchine.  E l’aereo, se ci pensiamo, è forse l’ambiente dove questa autonomia è stata già del tutto cancellata, quasi inavvertitamente da parte nostra, con forme di automatizzazione che hanno sostituito radicalmente le abilità .”ci stiamo dimenticando come si fa a volare” commentava l’associazione dei Piloti americani nel 2011 all’indomani di un ennesimo incidente causato da un uso esasperato degli automatismi.

Questo è dunque il fenomeno concreto che abbiamo dinanzi: non una generica stagione di saperi diffusi e accessibili, che autorizzano la creatività di massa e l’auto impresa, ma una nuova del tutto sconosciuta marca di sostituzione delle attività discrezionali dell’uomo con soluzioni tecnologiche asutomatiche. Come fin dal 2000 Raja Parasunaman, uno dei massimi esperti mondiali del tema, ammoniva “l’automazione non si limita a rimpiazzare l’attività umana, ma la cambia, e spesso in modi non previsti ne voluti dai progettisti”.

Il Motore di questo processo socio tecnologico  non è una generica conoscenza. E’ un pensiero calcolante che elabora specificatamente soluzioni matematiche al fine di risolvere, automaticamente, ogni problema, con l’ambizione di qualifricare come unica ogni soluzione data .Questo è l’algoritmo.

Questo è quel sistema logico che ci guida quando parliamo in rete, qwuando  azioniasmo sistemi di ricerca, quando attiviamo modelli organizzativi. In sostanza quando pensiamo.

Giustamente ,credo ,nel  manifesto che proponiamo, richiamiamo come matrice del processo socio tecnologico il contesto galileiano che  indicava la matematica come il linguaggio con cui viene scritto il libro della vita ,l’algoritmo come sintassi ed alfabeto di questo libro.

Gli algoritmi  risolvono problemi perché adottano visioni e linguaggi che costringono ,chi usufruisce delle soluzioni, ad adeguarsi ai pensieri .E chi elabora questi algoritmi, come spiegava  già negli anni 30 Vannuvar Bush  “ non è qualcuno che sa manipolare le cifre, anzi spesso non lo sa fare.E’ principalmente una persona competenze nell’uso della logica simbolica, su un piano elevato, e in particolare è una persona di giudizi intuitivi”. Di questo usufruiamo e a questo ci adattiamo quando usiamo gli algoritmi: logiche simboliche e giudizi intuitivi.

Ma quando il matematico è direttamente un algoritmo ? ossia quando un sistema algoritmico ha interiorizzato capacità adattive, e di auto apprendimento tali da permettergli di generare altri algoritmi, altri meccanismi dotati di proprietà simboliche ed intuitive come ci si mette? All’origine c’è sempre un uomo, si dice consolandoci. E’ vero, ma quale uomo? Con quali interessi? Con quali fini? Con quali culture?

Il filosofo Umberto Galimberti nel suo tomo Psiche e Technè (Feltrinelli) scrive:Il grande capovolgimento è dovuto al fatto che , superato un certo livello,la tecnica cessa di essere un mezzo nelle mani dell’uomo per divenire un apparato che include l’uomo come suo funzionario”.  A mio parere questo è il gorgo in cui ci troviamo oggi. La contendibilità della nostra autonomia da parte di una potenza di calcolo che rimane in poche mani e che si rende indispensabile.

Siamo oltre a quello che Lanzone chiama nel suo intervento  “ la catena di comando delle macchine”. Siamo ad un’inedita catena di comando sull’anima.

Un capovolgimento della storia, come dice Galimberti, che è anche uno straordinario passo in avanti, perché consegna all’uomo la facoltà di riprogrammare l’universo. A cominciare dalla vita umana. Altro che i social o le news: gli algoritmi, come dice Graig Vender, il genetista che ha brevettato il processo di riorganizzazione del genoma, “servono a ripensare il modo di organizzare gli organismi viventi”.

Non si tratta di difendersi dagli algoritmi, o di pretendere una identità nazionali di questi dispositivi, ma di renderli, trasparenti e condivisi, di dargli la dignità e la responsabilità di essere uno spazio pubblico, direbbe Habermas.

L’algoritmo come spazio pubblico significa adattare l’idea del welfare, ossia di un ruolo dello stato e della politica come riequilibratore delle naturali asimmetrie che il gioco libero del mercato crea fra gli uomini.

Quello che si fece nei secoli precedenti, mettendo sotto tutela da parte di poteri pubblici,funzioni e valori, come l’Istruzione, o la sanità, o come lo stesso servizio televisivo, in base alla considerazione che questi servizi avrebbero determinato eccessive gerarchie di potere nelle mani di pochi interessi,oggi va fatto per la straordinaria potenza che crea la proprietà e la gestione privata ed esclusiva dell’algoritmo.

Si tratta di  rovesciare la logica che negli anni 40, proprio a cavallo della guerra e grazie alle priorità che imponeva la necessità di vincere quel conflitto, accadde con  la concentrazione in poche mani, al riparo di ognicontrollo pubblico e democratico, dello sviluppo di tecnologie e di modelli istituzionasli basati dell’applicazione del pensiero computazionale alle relazioni sociali. Da  Bush a Shanon allo stesso Turing, si configurò una comunità di scienziati dei numeri che, raccogliendo il lungo filone arrivava dallas macchina di babbage nell’800, elaborò le prime strategie informatiche di automatizzazione del pensiero. Quel processo si sviluppò al riparo di ogni intervferenza politica o istituzionale. Per decenni  nessuna forza sociale e culturale ebbe la percezione, la sensibilità e gli strumenti per intercettare quel processo di modellizzazione sociale. L’ inizio quel percorso che oggi vede poche cattedrali primeggiare sul mercato della conoscenza e imporre la regola per cui chi ha più clienti ha più dati e dunque ha più strumenti per vincere la competizione. Strumenti che basano la propria efficienza nella capacità di orientare il pensiero e il gusto degli utenti, non solo di registrarne pedissequamente le attività. Sono tutori non testimoni. Tutori che concentrano l’intera logica dell’evoluzione , campionando una massa di dati tali che posdsono riprodurre le modalità di affermazione della specie. Come spiega Pedro Domingos nel suo saggio l’Algoritmo Definitivo (Bollati Boringhieri) “ e’ l’evoluzione stessa ad essere un algoritmo, e parafrasando Babbage si può dire che Dio non creo le specie ma l’algoritmo per crearle”.

Una potestà divina che non può non essere sottoposta ad una continua e incessante dialettica negoziale da parte dei soggetti sociali.Così come lo è stata la potenza di produzione industriale, cresciuta a dismisura, grazie all’avvento di vapore ed elettricità, e contenuta dal conflitto sociale, o come, ancora prima, lo fu lo stesso possesso del denaro, sempre sottoposto a forme di controllo fiscale da parte di poteri pubblici.

Questo è il tema che a me pare all’ordine del giorno, di cui vediamo alcune esemplificazione nei campi operativi in cui siamo inseriti. Uno fra tutto, quello che conosco meglio per esperienza diretta: l’informazione.

La macchina delle news oggi è solo algoritmo. Lo è nella forma industriale della redazione, costruita attorno ad un server. Lo è nelle funzioni professionali dei giornalisti, dipendenti da intelligenze di ricerca e formattazione editoriale, per ricavare contenuti intellegibili dall’abbondanza del flusso informativo. Lo è nell’opzioni di relazione e di intervento degli utenti, come produttori autonomi di documenti e notizie. Quest’ultimo aspetto, quello dell’autocomunicazione di massa, come lo definisce Castells, è la vera novita dell’informazione attuale, che, lo spiega bene il nostro manifesto “ ha squassato codici professionali, gerarchie sociali ed economiche creando grande disorientamento, ma anche aprendo straordinari spazi di evoluzione per ogni progettualità individuale “

La combinazione di fenomeni sociali, come l’autocomunicazione di massa, e risposte tecnologiche, come la centralizzazione dei server, sta portando ad una riconfigurazione dell’intero mercato, sia della carta stampata che della TV, oggi vede al centro non gruppo e proprietà editoriali, ma titolari di algoritmi che da service provider, come Google , Facebook e Twitter, stanno diventando editori globali.

Questo  processo sta travolgendo le categorie istituzionali della statualità moderna, frantumando l’opinione pubblica e tipicizzando le tribù dell’informazione secondo rigide profilazioni di gusti e ambizioni. Ognuno viene blindato nel suo profilo e legge solo quello che sceglie, e dunque conosce.

Una tendenza che non è naturale della rete, che nasce, e si sviluppa, in realtà, privilegiando il local rispetto al global, come spiega nel suo saggio Smart, Federic Martel.

Questa tensione fra una vocazione della rete, un beruf, direbbe Giovanni richiamando Weber, e un potere centralizzatore, monopolista, che tende a ridurre la complessità in pochi cerchi proprietari, è  il motore della nuova storia. Una storia che  deve trovare, come è stato in passato, linguaggi e forme per rimettere in campo soggetti antagonistici  alla realtà dominante, esattamente come uno dei padri dell’informatico, come appunto Alan  Turing che ci ricordava che “ l’innovazione scorre sempre sulla sottile linea che separa l’attività dalla disubbidienza”. Sull’attività forse non siamo gran chè, ma sulla disubbidienza sono in pochi che possono darci lezioni.

Michele Mezza

SHARE