Siamo dentro a una fase di transizione incerta e corrusca, tuttavia dobbiamo sapere che questo declino, esattamente come quello del grande impero di Roma, non è  determinato principalmente dalla guerra alle porte ma dal crollo dell’ordinamento fordista e dalle crisi accessorie che la caduta di questa architrave del nostro sistema si porta appresso, fenomeni accessori ma non per questo meno gravi: la crisi della politica, delle regole sociali e dei conti pubblici.

La prima cosa, dunque, da notare in questo dibattito è che sta andando in frantumi (o è già andata, come preferite) la catena di comando delle macchine. La catena di comando (il progetto, in gran parte gestito dagli ingegneri, ma non solo) è la vera essenza della più grande rivoluzione che il mondo abbia vissuto, quella che per estrema sintesi possiamo chiamare industriale. Weber chiama il principio di questa catena beruf, la vocazione, il senso di responsabilità. Ed è fatta dalle religioni, dai mestieri e dalle arti, non meno che dalla matematica e dalla filosofia. Esiste in modi diversi da paese a paese o da cultura a cultura: esiste in un modo in Renania, in un altro modo a Londra, a Chicago o a Mosca. Questa “etica” generale è quel che sta cambiando; non è un fatto da poco, stiamo parlando di un cambiamento radicale in occidente, nella catena di comando del suo modo di produrre, ossia il modo di governare le macchine o il sistema delle tecniche che ha consentito la più grande svolta nella accumulazione di ricchezza  e nella trasformazione della società nella storia del mondo (*cfr. la tabella allegata di August Maddison: il reddito pro capite tra il 1580  il 1870). I capitalisti e i sindacati, la croce e il capannone, la falce e il martello, le multinazionali e le piccole imprese, tutto questo, tutto quel che ha dominato negli ultimi 200 anni, è oggi in fase di profondo riflusso e remissione. I modi della produzione si sono orientati, senza abbandonare le vecchie pratiche, (l’estrazione del valore per mezzo del pluslavoro), a una tettonica (l’arte di costruzione) del profitto del tutto nuova, dove conoscenza (invenzione), automatismi di assemblaggio dei prodotti (3D Printing e Robotica), commerci (trading on line) e servizi (app strategy) stanno sormontando e sostituendo le vecchie tecniche elettromeccaniche: stampaggio, saldatura, catena di montaggio, trasporti e negozi fisici. Le nuove tecnologie digitali stanno cambiando tutti i settori della produzione e dei servizi benché vi siano aree dove la vecchia logica è più resistente: dall’agricoltura, alle costruzioni; dall’industria petrolifera ai servizi di massa. Interrogarci su che cosa stia al comando di questo grande processo di transizione è fondamentale, e se ragioniamo secondo la logica del “senso profondo delle cose”, dobbiamo dire che sul ponte di comando di questa grande trasformazione stanno l’intelligenza generale e il progetto e non la trasduzione o la lista di codice (code listing o coding).

Se ragioniamo così scopriamo facilmente, che già Marx l’aveva visto, aveva traguardato questo radicale sconvolgimento dei modi di produrre e disegnato l’avvenire con grande lungimiranza nei suoi scritti del 1857, (Grundrisse pag. 390/405 dell’Edizione Nuova Italia). Aveva capito che tutta la vulcanica effervescenza della tecnica che si vedeva nelle fabbriche e nelle costruzioni di ogni tipo dipendeva da un salto epocale di progettazione e di finalizzazione nella gestione e nella estensione delle macchine. Certo Marx non aveva visto, e non poteva vedere, il raffinamento degli automatismi determinati dal passaggio tra il sistema elettro meccanico e il sistema bio-digitale, ma aveva tuttavia capito gli effetti sociali che questo salto (l’automatismo diffuso delle macchine) avrebbe prodotto sui modi sociali del produrre e dunque sulla società. Aveva capito, ma come molti leader desiderosi di ottenere un risultato nel corso della loro vita, aveva scelto la strada che credeva più facile da praticare per un riequilibrio delle storture del capitalismo: la strada di organizzare i produttori, gli sfruttati, in lega.

Ora esattamente come accadde tra la fine del ‘700 e i primi dell’800, con l’enciclopedia e l’illuminismo, il nuovo salto di civiltà è determinato da un  nuovo grande salto cognitivo avvenuto in Occidente, tra l’inizio del secolo XX e la seconda guerra mondiale, di cui noi oggi godiamo le prime conseguenze applicative. Il salto è molto composito e passa con indifferente eleganza dalla fisica dei quanti al girovagare di Ulisse per le strade di Dublino, dalle Demoiselles d’Avignon di Picasso a Schonberg. Se vogliamo dargli un nome possiamo chiamarlo teoria della complessità e valore della dissonanza e riguarda allo stesso tempo la fisica, la biologia e il coding, non meno che l’arte e la letteratura. Gli uomini scendono sotto la superficie delle cose e acquistano il dominio di nuove forze (la psiche, il dna, il bion, i bit, i quanti); si spingono nel ventre della materia e della coscienza e scoprono unità sempre più piccole o modelli funzionali sempre più esatti che rendono disponibile e praticabile una maggior potenza di controllo. Queste unità, governate e programmate, danno loro una capacità, mai vista prima nella storia dell’umanità, di governo dei fenomeni fisici e sociali. Lavorando con le parti sempre più sottili della materia gli uomini acquistano una maggiore capacità produttiva in ogni campo. E’ la differenza che separa i salassi dagli antibiotici e internet dai giornali.

Dunque se vogliamo porre l’accento su qualcosa e far progredire questo qualcosa non dobbiamo parlare solo di algoritmo o di contrattazione degli algoritmi, è un approccio giurassico, é sul sistema sociale dell’intelligenza (quella di base non meno di quella specialistica) e sulla forza del progetto che dobbiamo puntare e mettere a fuoco il nostro sguardo. E’ quel che Marx chiama general knowledge. Qui Marx, come ho detto, commette un errore di interpretazione o meglio di pigrizia, e d’altra parte stiamo parlando di un uomo che ha pensato due secoli prima di noi e prima di tutti, pensa che il capitale, gli industriali, saranno tuttavia capaci di contenere per un lungo periodo le immani forze produttive messe in moto dentro alla base produttiva esistente,  lo vede in pratica nel controllo che essi hanno delle macchine e nella violenza delle nazioni e delle loro macchine da guerra, e quindi pensa che occorra mettergli di traverso il proletariato, ma lo sa e lo dice che, in teoria,  non è possibile che il capitale riesca a controllare tutto questo sfoggio di intelligenza per sempre e sulla base ristretta della sua “avidità”. Lo sa, ma segue quel che gli sembra più pratico e, come spesso succede, perde la sfida con il suo nemico nel corso del XX secolo, ma a lungo andare, la buona teoria vince sempre su tutto. E noi tutti, oggi, dobbiamo tributargli un commosso ringraziamento.

Tuttavia non dobbiamo commettere lo stesso errore. Andare a caccia del profitto e controllare il profitto è una vecchia impostazione tradeunionista maggioritaria ma non epocale, esattamente come lo furono quella di Lenin, (la dittatura del proletariato) e quella di Kautski (il minimalismo socialdemocratico). Furono queste le tendenze prevalenti nel secolo passato, maggioritarie perché dominanti nei due diversi campi dell’Occidente (l’ovest e l’est), ma non epocali, tanto che siamo qui a discutere degli stessi temi da capo. La differenza è che oggi l’organizzazione delle forze produttive non consente più la facile soluzione della “lega”, non c’è più nessuna classe da organizzare.

Il pensiero sommerso di Marx, quello sulle macchine è il pensiero a cui dobbiamo fare riferimento; è la parte più visionaria del grande tedesco e davvero quella epocale. Ragionando sui temi di oggi (la portabilità, il coding, le applicazioni) dobbiamo porci l’obiettivo di affrontare per intero il potere della conoscenza, capire come ci invita a fare Carlo Marx fino a quale grado il sapere sociale generale sia diventato forza produttiva immediata, dobbiamo confrontarci con tutta la circonferenza e tutte le circostanze dell’intelletto generale e delle sue opere, senza limitarci ai codici applicativi esistenti o in atto. L’intelligenza generale è il fulcro della società nuova, esattamente come l’estrazione del plusvalore attraverso le macchine lo era della vecchia ed è in virtù di questo stato dei fatti strutturali  che non occorre solo contrattare gli algoritmi ma cambiare lo stato delle cose presenti: cambiare la politica acquisendo le regole della democrazia diretta, guardare al conoscere come ad un processo piuttosto che alla conoscenza come sostanza: insegnare il progetto nelle scuole, scuole che sono ancora oggi, in gran parte, quelle di due secoli fa; bisogna cambiare il sistema fiscale: non si devono più pagare tasse sul prodotto o sul consumo ma si devono pagare tasse sul valore sorgente o di cittadinanza, su quel che abitare in un posto o crescere in un posto significa, si devono pagare tasse progressive su quanto, in virtù di questo, uno accumula nella vita, debbono cambiare i confini e le forme dello stato e si deve modificare in modo più elastico il senso di appartenenza, riferendosi alle civilizzazioni, alle culture costitutive dell’occidente e non alle nazioni. Occorre – subito, ed è per questo che la scuola è essenziale –  formare attorno alle nuove macchine e alle nuove tecniche “un nuovo tipo umano, conforme al nuovo tipo di lavoro e di processo produttivo e una fioritura sovrastrutturale adeguata”, come dice l’impressionante esattezza del lessico gramsciano che, dal carcere fascista, nel 1930, commentava la precedente rivoluzione industriale, quella americana.

Con questo non voglio spezzare le illusioni attorno al nostro progetto ma inquadrarlo nelle sue esatte dimensioni, avviare anche per questa via una critica/critica dell’economia politica e della situazione esistente, perché se non facciamo questo resteremo comunque confinati in una dimensione ridotta mentre occorre invece, parlare a tutto l’occidente, a tutti i tecnici, a tutti i maker e a tutti gli uomini di buona volontà.

Ennio de Giorgi, il grande matematico italiano diceva: “Io penso che all’origine della creatività in tutti i campi ci sia quella che io chiamo la capacità o la disponibilità a sognare, a immaginare mondi diversi, cose diverse, a cercare di combinarle nella propria immaginazione in vario modo. A questa capacità, forse alla fine molto simile in tutte le discipline (matematica, filosofia, teologia, arte, pittura, scultura, fisica, biologia …) si unisce poi la capacità di comunicare i propri sogni, e una comunicazione non ambigua richiede anche  la conoscenza del linguaggio, delle regole interne proprie alle diverse arti, delle diverse forme del sapere umano”. Sono parole pronunciate durante una video intervista alla scuola  Normale di Pisa nel luglio del 1996, pochi mesi prima della sua morte. (Michele Emmer, De Giorgi, La Lettura 11 settembre 2016). E’ esattamente così che funziona, è il grande contributo del “design” (e della ciernetica e della fisica) alla teoria del progetto, una teoria del progetto, capace di nuovo, dopo l’invenzione della prospettiva nel Rinascimento italiano, di coniugare esattezza e bellezza. E’ questa la teoria che ha prodotto i grandi avanzamenti della nostra civiltà, anche se non è ancora una teoria generale della materia, tuttavia è la guida del progetto e la nuova linea di comando parte essenziale del grande salto cognitivo e produttivo in atto oggi e dunque parte cospicua del grande avanzamento che vedremo attuarsi nei prossimi anni.

 

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