Ripensare concetti cardine quali attenzione, proprietà, privacy, responsabilità. «Ripensare gli spazi pubblici nella transizione digitale», come si legge nel titolo del documento di background, è ripensare alla condizione umana, citando esplicitamente Arendt (Vita Activa, 1958):

«Quello che mi propongo, quindi, è molto semplice: si tratta niente di più che di pensare a quello che stiamo facendo».

È da qualche settimana online in open access la versione arricchita da commentari e saggi di The Onlife Manifesto, (Springer Open, 2015), presentato a Bruxelles l’8 febbraio 2013 durante l’evento inaugurale della DG Connect, la Direzione Generale della Commissione Europea per le Reti di Comunicazione, Contenuti e Tecnologia che gestisce l’Agenda Digitale.

Un manifesto per «lanciare un dibattito pubblico sugli impatti dell’era computazionale negli spazi pubblici, la politica e le aspettative della società nei confronti dell’Agenda Digitale Europea. Più in generale, questo manifesto si propone di iniziare una riflessione sul modo in cui un mondo iperconnesso chiede di ripensare le strutture referenziali su cui si fondano le politiche».

Dal 2012, un team di accademici (antropologi, cognitivisti, informatici, ingegneri, giuristi, neuroscienziati, filosofi, psicologi e sociologi) presieduto da Luciano Floridi, professore di Filosofia ed Etica dell’Informazione all’università di Oxford, ha dibattuto sull’impatto politico che le Ict hanno sulla vita umana.

«Crediamo che le Ict non siano semplici strumenti ma forze ambientali che si ripercuotono sempre di più su: la nostra auto-percezione (chi siamo); le nostre interazioni reciproche (come socializziamo); la nostra concezione del reale (la nostra metafisica) e le interazioni con la realtà (la capacità di azione, agency)».

Con quali conseguenze politiche? Per evitare di oscillare tra «la sfiducia e la fede cieca», il documento usa i concetti come interfacce per la nostra comprensione del mondo. Perché «temiamo e rifiutiamo quello a cui non riusciamo a dare senso»: forse non è un caso che tra i due verbi più ricorrenti nel manifesto ci siano to blur (appannarsi, sfumarsi) e to grasp (cogliere, afferrare). «Afferrare la realtà attraverso i concetti»  mentre sfumano le tradizionali distinzioni: su tutte, quella tra on e offline. È la dimensione dell’Onlife, neologismo coniato proprio da Floridi che dà il titolo al manifesto.

«L’impatto esercitato dalle Ict è dovuto a quattro grandi trasformazioni: lo sfumarsi della distinzione tra realtà e virtualità; lo sfumarsi della distinzione tra umano, macchina e natura; l’inversione di tendenza dalla scarsità all’abbondanza di informazione; il passaggio dal primato delle cose autonome, delle proprietà, e delle relazioni binarie al primato delle interazioni, dei processi e delle reti».

Ridimensionare quindi la logica binaria e le false dicotomie a favore di un approccio complementare: «Crediamo sia il momento di affermare, in termini politici, che i nostri sé sono sia liberi che sociali, cioè che la libertà non avviene nel vuoto, ma in uno spazio di vincoli e possibilità: insieme alla libertà, i nostri sé derivano da e aspirano a relazioni e interazioni con altri sé, con artefatti tecnologici e con il resto della natura.[…] Un progetto per le politiche nell’onlife experience significa resistere all’assunto di un sé razionale e disincarnato e stabilire una concezione politica del sé come libero e intrinsecamente relazionale».

Ciò implica un ripensamento dei concetti di proprietà, sovranità, legittimazione.

“Essere umani nell’era iperconnessa”, come recita il sottotitolo del volume curato da Floridi, diventa uscire dall’utopia dell’onniscienza («filtri di ogni tipo continuano ad erodere l’illusione di una percezione obiettiva, imparziale della realtà e nello stesso tempo aprono nuovi spazi per interazioni umane e pratiche di nuova conoscenza») e dell’onnipotenza («il fatto che un ambiente sia pervaso da flussi di informazioni e processi non lo rende onnipotente») per situarsi («incentivare la responsabilità in un mondo iperconnesso richiede di riconoscere come le nostre azioni, percezioni, intenzioni, la nostra morale e perfino la corporeità si intrecciano con le tecnologie, in particolare le Ict. Lo sviluppo di un rapporto critico con le tecnologie non dovrebbe mirare a trovare un luogo fuori da queste mediazioni ma piuttosto a una comprensione immanente di come le tecnologie modellano noi esseri umani, mentre noi esseri umani formiamo le tecnologie») e tornare a dare valore all’attenzione («le capacità attentive sono un bene limitato, prezioso e raro»).

Ma cosa significa proporre un sé relazionale, una società digitalmente alfabetizzata ed un’economia dell’attenzione in termini politici?

1.      Post-Westfalia?

Il punto di partenza dell’analisi degli esperti è la crisi del sistema Westfaliano, basato sulla sovranità nazionale e la giurisdizione dello stato su un territorio fisico.

Per Floridi, «lo Stato non è più l’unico, e il principale soggetto nell’arena politica», che comprende attualmente  associazioni, gruppi, multinazionali, organizzazioni sovrastatali e associazioni non governative. Per il filosofo, con una metafora informatica, stiamo passando ai MultiAgent Systems, i sistemi formati da più soggetti intelligenti che interagiscono all’interno di un ambiente. Il problema, una volta venuti meno sia l’equazione «nazione-cittadinanza-terra-storia», che il contratto sociale classico basato su un consenso a priori (opt-out) e sul concetto di fuorilegge (e devianza), è capire cosa motiva i soggetti, oggi indifferenti di default, a dare il proprio consenso per degli obiettivi specifici e lasciare la sfera sociale per decidere di prendere parte alla vita politica (opt-in), in un continuo processo di coinvolgimento delle comunità.

Un’altra metafora proposta da Jean-Gabriel Ganascia, professore di Computer Science all’università “Pierre and Marie Curie”, è la Grid democracy:  una democrazia a calcolo distribuito, le istituzioni come processori, con condivisione coordinata di risorse dentro un’organizzazione virtuale, dall’architettura a maglie e dai processi decisionali delocalizzati e distribuiti.

Anche per Yiannis Laouris, chair del “Cyprus Neuroscience and Technology Institute”, la sfida per un’autentica partecipazione democratica dovrebbe passare dall’analisi del processo precedente al voto supportato da tecnologie innovative che sostengano i partecipanti a catalizzare “l’intelligenza collettiva”: «Coloro che eleggiamo non riescono a promuovere le questioni per cui sono stati scelti per la crisi degli attuali sistemi di governance, che non si sono evoluti rispetto al resto, per la mancanza di responsabilità da parte di chi detiene il potere, per la corruzione e i conflitti di interessi, per il controllo da parte delle società dei mezzi della democrazia». Posto che «la democrazia diretta è un caos», le sfide per Laouris sono: identificare e coinvolgere gli stakeholder adeguati; un voto che conduca a risultati giusti e saggi, con l’accesso per l’individuo a tutte le informazioni pertinenti, alternative e agli argomenti necessari; proteggere l’anonimato e l’autenticità delle opinioni; favorire l’uguaglianza.

Ciò porta effettivamente ad un potere maggiore per i cittadini? Per Judith Simon, ricercatrice di filosofia all’università di Vienna e al “Karlsruhe Institute of Technology”, anziché ipotizzare che l’assetto post-westfaliano porti automaticamente ad un aumento di democrazia, è più plausibile riconoscere che «vecchi e nuovi giocatori sull’asse potere/conoscenza si alleano e lavorano bene insieme. Contratti ufficiali e accordi nascosti tra gli stati nazione e le multinazionali di internet consolidano la supremazia di chi conduce il gioco del potere». Un potere che però, riprendendo Foucault, è sempre più «una rete, risultato e causa di una capacità di azione distribuita, che porta ad accertare la nostra responsabilità per lo stato delle cose».

2.      Potere reticolare e responsabilità

Se per May Thorseth, professore di filosofia alla Norvegian University, «a nessuna singola istituzione o individuo è possibile assegnare responsabilità come in passato», per Simon assumere la responsabilità epistemica su quello che sappiamo, come consumatori e come cittadini, significa porsi il problema di «valutare quanto siano affidabili le nostre fonti» in un mondo in cui diventa sempre più importante la questione della testimonianza, ovvero della «conoscenza attraverso le parole dette e scritte da altri». La responsabilità è esclusivamente umana (al contrario della capacità di agire) perché prevede l’intenzionalità.

Contro la «datificazione dell’esperienza», spiegano Stefania Broadbent, antropologa allo University College di Londra,  e Claire Lobet-Maris, sociologa presso l’università di Namur, Belgium,  che si basa sul «creare e aggiornare in tempo reale profili dei consumatori»,  occorre riconoscere che il nuovo gioco sociale è sull’attenzione: «il tentativo di colonizzare le menti, non facendo immaginare altri mondi», con una riduzione della diversità di prospettive che crea una «membrana epistemica». Le studiose propongono quindi, riprendendo Paul Virilio e Stefano Rodotà, l’approccio dell’«ecologia grigia» per proteggere la nostra attenzione, ripristinare il nostro senso del sé nonché l’orientamento sociale e la capacità di agire.

Nicole Dewandre, consulente del direttore generale del DG Connect alla Commissione Europea, pone l’accento su un «reset assiomatico»: recuperare le dimensioni della pluralità e della natalità nello spazio politico superando la logica mezzi-fine basata sull’utopia di onniscienza/onnipotenza e sull’ossessione del controllo: «controllo sugli altri; autocontrollo o controllo sul corso futuro degli eventi», che conduce ad una svalutazione sistematica del presente con «significato e scopo trasportati nel futuro» e la glorificazione o demonizzazione del passato, mentre «l’azione è caratterizzata dalla sua imprevedibilità, quindi l’intrinseca impossibilità di controllare tutte le sue conseguenze».

Un reset assiomatico che passa anche da quella che Charles Ess, professore di Media Studies all’università di Oslo, chiama «etica della virtù», da contrapporre a «deontologia, utilitarismo, moralismo francese».

Per Peter-Paul Verbeek, professore di filosofia e tecnologia all’università di Twente, Olanda, «non possiamo mai uscire dalle relazioni in cui siamo coinvolti, al massimo possiamo situarci ai limiti della situazione, in piedi alla frontiera, riconoscendo il carattere tecnologicamente mediato della nostra esistenza. Si può valutare la qualità delle mediazioni “dal di dentro”, e impegnarsi attivamente a rimodellarle». Il problema della democrazia diventa quindi anche un problema di design.

  1. 3.      Quale design per la democrazia?

Governance. Ugo Pagallo, professore di Giurisprudenza all’università di Torino, ne riporta due definizioni: «Il processo e le istituzioni attraverso cui vengono prese le decisioni e l’autorità è esercitata in un paese» e «la formazione e la gestione delle regole formali e informali che regolano la sfera pubblica, l’arena in cui  sia ogni stato che gli attori sociali ed economici interagiscono per prendere decisioni».  Per una buona governance dei sistemi multisoggetto, secondo Pagallo occorre fare attenzione agli ordini spontanei che emergono su Internet e conciliarli con il design legale di piattaforma. «Il design quando amplia la gamma di scelte delle persone, in modo da favorire il cambiamento del loro comportamento, favorisce l’autonomia collettiva e individuale. Anche lo scopo del design di diminuire l’impatto del comportamento dannoso attraverso l’uso di airbag digitali, come ad esempio le misure di sicurezza o le interfacce di facile uso, rispetta l’autonomia collettiva e individuale, perché questo approccio non interferisce sulle scelte delle persone, non più di quanto gli airbag tradizionali si interessino di come gli individui si comportano sulle autostrade. Eppure, la progettazione comporta dei rischi quando l’obiettivo diventa la prevenzione. Si sfocia nel paternalismo, come il “Great Firewall” cinese o i filtri occidentali».

Anche Mireille Hildebrandt, professore di “Smart Environments, Data Protection and the Rule of Law” all’Istituto per la Computazione e le Scienze Informazionali (iCIS) di Nimega, Olanda, si sofferma sulla Legal protection by design, «nuove articolazioni di diritti fondamentali in infrastrutture Ict diverse dalla stampa» che non coincidono con le applicazioni delle regole amministrative in sistemi decisionali automatizzati ma «implicano che le leggi scritte e i loro principi sviluppino un nuovo tipo di neutralità tecnologica. Dovunque la tecnologia cambi la sostanza o l’efficacia di un diritto, la sua articolazione deve essere riconsiderata per tenere conto di come si vuole ricontestualizzare e riformulare quel diritto all’interno della rete dei diritti connessi».

Posto che «la fine della modernità non porta la fine del totalitarismo. La complessità nascosta tra gli strati computazionali permette manipolazioni più simili agli incubi totalitari del processo di Kafka che al Grande Fratello», la proposta è quindi quella di «una nuova struttura di incentivi basata sulla comprensione di un bisogno di legge per una neutralità efficace e non teorica», mettendo insieme «una valutazione di impatto sulla protezione dei dati obbligatori (data minimisation, a livello di applicazioni), portabilità dei dati (diritto di revocare il consenso senza perdere il valore dei profili auto-generati), diritto all’oblio (richiedendo meccanismi efficaci per raggiungere una ragionevole misura di cancellazione dei dati personali se la loro lavorazione non è a norma di legge), diritti contro misure basate sul profiling (diritto di obiezione ad essere sottoposti a decisioni automatizzate e diritti di trasparenza sull’esistenza di tali misure e i loro effetti indesiderati) e infine la protezione dei dati di progettazione (che impone il dovere di adeguati meccanismi di responsabilità sui titolari del trattamento commerciali o governativi)». Hildebrandt va poi oltre, spingendosi a incentivare l’industria a «sviluppare realmente protezione dei dati by design: il regime di responsabilità si ispira alle leggi di concorrenza (multe di massima del 2% del fatturato globale), mentre l’onere della prova per ogni inadempienza spetta ai controllori di dati».

4.      Il Digital Bill of Rights europeo

La versione arricchita de The Online Manifesto si conclude con un saggio di Sarah Oates, professore al “Philip Merrill College of Journalism” nell’università del Maryland, che auspica un  Bill of Rights digitale europeo su sei punti:

  1. Ogni cittadino ha diritto alla privacy
  2. Gli individui sono i proprietari dei propri dati
  3. Ognuno ha diritto ad una vita personale
  4. Nessuno dovrebbe fare switch-off completamente per proteggersi
  5. Lo switch-off deve essere incoraggiato e coltivato
  6. Ci dovrebbero essere spazi terzi di proprietà e regolati da Ue

«Lo Stato ha bisogno di giocare un ruolo» scrive Oates, «i governi devono stabilire delle linee guida per i fornitori di internet device. Come i cittadini sono responsabili di una guida sicura, i governi sono obbligati a eliminare i pericoli dalle autostrade».